Tokyo era lontana.
Lo è stata, fino al tempo delle consapevolezze che si devono sempre riconquistare…
Comprai lo stereo che sono passati diversi anni. Credo almeno 8, forse abbondanti. A differenza di quanto in genere io possa pensare, ha molta importanza il tempo, e ha importanza il fatto che ascoltavo i rem.
Ostinatamente sentivo quelle canzoni, nelle orecchie, per ore.
La radiofrequenza della cuffia mi garantiva di sentire esattamente quello che volevo sentire, lontano dagli altri, e lontano dai pensieri.
Quando volevo altra musica dei rem, bastava prendere la macchina, fare un po’ di benzina con i soldi non miei, ma che mi erano stati donati, e partire dal posto dove mi trovavo.
Andare lontano.
Scappare via da casa.
E casa diventava lontana un incrocio, un altro incrocio, una curva, una seconda curva, e si perdeva rispetto alla mia macchina.
All’epoca Tokyo non la conoscevo.
Sul volante le mie mani guidavano. Avevo sull’anulare un anello di legno, dello spessore di circa un mignolo. Ascoltavo i rem, e ora a andavo ad acquistare un altro cd dei rem.
Dovevo acquistarlo.
Andavo, guidavo la mia macchina, e compravo un cd dei rem.
Non mi dispiaceva andare lontano…
Tokyo invece era a casa…
Io guidavo…
Tokyo aspettava…
Non avevo idea di chi fosse…
…
La porta del negozio faceva rumore.
Così come il suono dei miei passi.
Mi sentivo desiderabile con l’aria da ragazzino e la convinzione di essere un uomo.
Chiesi alla ragazza che era al bancone…
-Ciao, vorrei un cd dei rem…
Spostò la frangetta con un piccolo movimento della testa, e mi sorrise, credevo di averla incuriosito.
I miei capelli erano lunghi. Avevo lasciato che qualcuno di questi scendessero lungo gli occhi.
Quando ero bambino, vedevo alla tv un cartone animato: un personaggio, mi dava tutta l’aria di sapere il fatto suo: aveva i capelli davanti ad un occhio.
Fino all’ultimo secondo di ogni fotogramma che lo riguardava, volevo che quella figura si appropriasse di uno spazio della mia memoria per poterla ricreare.
Ricordo la voglia di perdere le mie fattezze, per appropriarmi di quelle del personaggio.
Quei capelli davanti agli occhi, ad occultarne uno completamente, era una visione tanto affascinante per me bambino, quanto futile.
Tokyo non aveva mai visto il proprio viso…
Aveva frantumato l’idea di uno specchio
Senza neanche vedersi una volta.
Tokyo non voleva guardarsi, pur avendo avuto la certezza di non essersi mai vista…
-quale cd dei rem? – mi disse la ragazza
Senza pensarci un attimo dissi…
-quali avete?
Mi guardò leggermente spiazzata. Credo si aspettasse il nome di un cd. Ma mi sorrise…dissi a me stesso che la ragazza aveva notato il mio sguardo.
Quando si allontanò per vedere quali cd avessero nel locale, io posai la mia mano sul bancone…
Il mio anello sul bancone…
Tokyo non aveva anelli...
Io invece, ce l’avevo all’anulare destro.
Quando la mia mano si posò su quel bancone, l’anulare venne per inerzia sollevato in alto, leggermente.
Non mi dava fastidio, come in genere può fare l’anulare se mosso, semplicemente puntava in avanti.
Ero convinto che questa semplice postura della mia mano, l’anulare sollevato ad indicare in avanti, ancorché rappresentare una condizione di pura casualità avrebbe potuto destare l’attenzione della ragazza.
Se potessimo immaginare una linea a dividere in due la superficie del rettangolo del bancone, avevo messo il mio palmo per tre quarti in quell’area che si poteva credere di proprietà del negoziante.
Era quasi un’ intrusione. Che ero certo potermi permettere.
Non solo, avevo l’ardire (e la follia, direi oggi) che il mio anulare, sollevato leggermente in avanti da un anello, saettava una traiettoria che aveva in mente di trafiggere l’attenzione della ragazza.
Una follia, ripeto, come talune convinzioni possono rappresentare se considerate così ovvie dai propri sostenitori…
Un gesto, e una pretesa stupida; ma non per me circa 8 anni fa, forse abbondanti…
Avevo i capelli che si lasciavano andare in avanti.
Coprivano il mio occhio destro.
Come il cartone animato.
L’occhio era quasi completamente occultato. E il profumo che sentivo nell’aria quando lei stava per tornare, era quello della vittoria. Ma di quale vittoria, poi?...
La vedevo di spalle.
Chiudere la bacheca.
Girarsi.
Avvicinarsi..
Fare ancora qualche passo.
E accorgersi del mio dito che sembrava quasi trafiggerla.
Lo avevo sentito, lo avevo fatto…
Ero sicuro che si fosse sentita indicata dal mio anulare, sollevato dall’anello, l’anulare destro…
Fu per questo che mi sorrise.
-Allora, abbiamo…
Non la lasciai finire, le dissi: -a me ne va bene uno qualunque…basta che sia dei rem
Mi guardò ancora più spiazzata di prima.
-sei sicuro?
-si, dammi questo, mi piace la copertina…mi basta sapere che mi fido dei miei gusti…
-ma non l’hai ascoltato…
-ti ripeto, basta che sia dei rem…
A questo punto potevo chiudere il mio show, staccando la mano destra dal bancone.
Sollevai il palmo e portai l’indice della mano destra ai capelli che occultavano il mio occhio destro.
La luce del negozio colpì la mia iride, l’indice destro i miei capelli, che venivano portati dietro l’orecchio, e l’anello di legno dello spessore di un mignolo produsse un leggerissimo fruscio, quasi un violino distorto con i miei capelli, che solo il mio orecchio, così vicino poté sentire…
Lei mi guardò e io sentii che l’avevo colpita.
Pagai e mi avvicinai alla porta
Disegnai un debole angolo d’immaginazione nell’aria con la mia mano destra, il mio palmo gesticolò danzando a queste mie semplici parole…
-dovrò, prima o poi, ascoltarli tutti…
E andai via.
L’idea di non sapere chi fosse, e di non averglielo chiesto, e di non doverla forse mai più vedere non fu una sciagura: quando rientrai in macchina, infatti, e misi il cd dei rem appena acquistato ebbi la certezza che quella fu una conseguenza, una chiusura in sospensione, che la mia vanità aveva cercato, agognato…
Così quella ragazza mi avrebbe immaginato a lungo, forse per sempre, perché non avevo ceduto a lei…
Ricordo che, arrivato a casa, un intero giornale, forse malamente buttato da qualcuno che aveva terminato di leggerlo, mi andò sul parabrezza…
Per fortuna non lo buttai…
Non lo feci perché il fatto che non mi fossi schiantato uscendo fuori strada condusse la mia attenzione su quei fogli di carta: quando scesi dalla macchina, infatti, ancora un po’ scosso, notai che davanti al punto dove ero prima dell’impatto col giornale, si stagliava una distesa d’olio di motore che quasi certamente mi avrebbe fatto perdere il controllo del mezzo: avevo evitato quella macchia perché l’incontro-scontro con quel quotidiano aveva fortunatamente deviato il mio corso quel tanto che bastava per evitarla.
Realizzai così, che, in qualche modo, ero debitore di quell’ammasso di carta, e non lo buttai.
Lo portai su, a casa.
Tokyo non avevo ancora idea di chi fosse…
Misi sul tavolo il giornale…
Mi avvicinai ad una pagina distrattamente.
Il mio anello ri-sfiorò i miei capelli.
Il mio occhio destro si riscoprì.
Vidi il testo di uno stralcio di frase e lo lessi: “…arricchirsi delle verità dell’altro è un bene del quale faremmo bene a non privarci…”
…
Sono trascorsi 8 anni, forse abbondanti…
E tante riflessioni…
E soprattutto, ho conosciuto Tokyo…
Tokyo, credo, è “l’altra parte della mia verità, così diversa dalla mia…”
Come lo sono un uomo è una donna…
Come lo è ciò che conosco e non conosco…
Come lo è il posto in cui vivo: il mio paese, e un altro che non conosco…
Tokyo cresceva, occultata dai capelli della mia vanità, dentro di me…
Tokyo è una donna dai capelli rasati…
La mia bambina, mi ha posto davanti ad uno specchio magico…
All’interno di tale specchio, mi ha tagliato i capelli, e la mia figura d’uomo con i capelli lunghi, da questa parte dello specchio, ha conosciuto la sua immagine riflessa:
…una donna, dal cranio liscio, dall’altra parte: il mio opposto, incredibilmente riflesso…
Tokyo, “è anche me…”
La mia bambina, l’ha potuto fare apparendomi in sogno, sussurrandomi, prima di venire al mondo:
“Papà, non posso nascere, se non ti svesti della vanità delle tue convinzioni…”
…
Conservo ancora, quelle pagine di giornale…
La notte di otto anni fa, forse abbondanti, dopo aver letto quello stralcio di frase io sognai l’eco di una voce di bambina che diceva…
“Tokyo…” e già allora, con le magiche intuizioni del sogno, io ebbi la sensazione che si trattasse di una persona e non solo di un paese…
Era troppo presto…
E forse, lo ancora un po’ adesso…
Credo però, che non si possa essere padri, né madri, se non si cerca di non essere soltanto se stessi…
Ho bisogno di Tokyo, delle ragioni dell’altro, per cercare di mantenermi degno…
Di mia figlia…e del mondo che le ho preso in prestito…
Diego Fanelli
19 Gennaio 2009
(l’ho scritto ascoltando in continuazione “This is the life” di Amy MacDonald che, in qualche modo, ringrazio profondamente…e anche Michele Serra, che non conosco, ma che leggo)