lunedì 23 febbraio 2009

Sintesi e Cittadinanza - n° 4 - 23/02/2009

Leggendo un po’ mi sono imbattuto in un esempio di osservazione, la condizione emblematica di ogni viaggiatore. Montesquieau utilizzò l’esperienza di due turisti di ritorno dall’oriente per specificare l’influenza del clima asiatico sulla condizione giuridica-istituzionale di quei luoghi. I viaggiatori, al ritorno, giunsero alla conclusione che il clima caldo, rendendo gli uomini del posto indolenti e destinati alla “mollezza”, trasformava il luogo in fucina del dispotismo. Il messaggio era quello di considerare i fatti giuridici lungi dall’essere pienamente risultato del libero arbitrio, ma toccati anche, e in relazione, da fatti extragiuridici: quali clima, in questo caso, ma non solo.

Da cittadino-osservatore ho posto l’eventualità che la deriva verticistica, eccessivamente leaderistica, che il nostro paese vive, oserei dire una venerativa attesa e pretesa nei confronti di un solo uomo o di un gruppo ristretto, derivi anche (prendendo in prestito l’esempio di Montesquieau) da una condizione extragiuridica di “demandamento” intellettivo.

Un popolo (con le dovute eccezioni, ovvio), continuamente bombardato da una distorta comunicazione della realtà (a beneficio di una “immagine” della realtà), smette di essere cittadino “consapevole-maturo” incominciando ad essere “tifoso”. Tifoso venerante l’oggetto destinatario della natura del suo essere: la squadra, e ad essa delegante ogni sua necessità.

Non avendo coltivato gli strumenti di critica intellettualmente validi, per suo dolo, ma anche per forzatura “d’ambiente”, egli, ripeto, “demanda”, lasciando che le sue espressioni siano al più sussulti emotivamente forti, con il pericolo, in alcune circostanze, di reazioni rozze e pericolose quando tragicamente “semplificatrici”.

L’eccessiva verticizzazione-oligarchica delle decisioni e delle comunicazioni, azzerate di fatto le prerogative del parlamento e, messa in forte crisi la libertà di informazione e il diritto di pubblica opinione (ricorsi continui alla decretazione d’urgenza; i numerosi conflitti d’interesse del premier che, nonostante, decide e decide; la pubblicità; gli organi di informazione; la stretta incredibile sulle intercettazioni, l’oscurantismo circa la libertà dei giornalisti; ecc.), sono il risultato sia di una scelta degli stessi “oligarchi” eletti dal popolo, ma anche basata sulla consapevolezza che il popolo ha “demandato” (sentiamo spesso i politici dire “il popolo ci ha dato un mandato preciso”), un mantra “assolutorio a prescindere” di ogni azione intrapresa che attesta la certificazione di “oligarchia”.

Tutto ciò consente la manipolazione delle nostre aspettative e delle nostre pretese nei confronti di chi ci governa, nonché la nostra percezione della realtà. Chi è al potere, dal canto suo, può di conseguenza pensare più all’immagine di sé che alla sostanza di sé. Pensasse più a quest’ultima, si porrebbe necessariamente nella più difficile condizione di considerare maggiormente le proprie responsabilità.

Invece, l’immagine di sé, deresponsabilizza le proprie azioni e al contempo fa “sembrare” responsabili.

Un esempio corrente?

Le ronde.

In uno Stato di diritto la garanzia della sicurezza è, e deve essere, prerogativa dello Stato stesso (lo Stato, in quanto rappresentazione di tutti i cittadini – Art. 1 della Costituzione Italiana). E’ una conformazione che tutela al meglio ogni aspetto sulla bilancia delle garanzie.

Stabilire per legge (articolo 6 dell’attuale decreto sulla sicurezza del governo) che i cittadini possono associarsi per “un piano straordinario di controllo sul territorio”, produce, a mio avviso: delegittimazione, frustrazione delle forze dell’ordine; allontanamento di fatto del senso di appartenenza e di fiducia nei confronti dello Stato come garante dei diritti inviolabili della persona; pericolose percezioni di “legittimità” dell’azione persecutoria ad opera delle “ronde” verso non già i colpevoli, ma verso chi gli è “affine” (per colore della pelle, per orientamento sessuale, per diversa professione di fede, ecc.).

Berlusconi, pur affrettandosi a dichiarare i reati come in diminuzione (altrimenti il “viso” del suo governo, risulterebbe meno appetibile), giustifica il ricorso a tale “strumento” come la necessità di rispondere alla grande furia collettiva che i tragici ultimi eventi hanno alimentato. Ecco l’immagine, quando bisognerebbe far fronte alla domanda di sicurezza con quanto già disponibile in democrazia.

“Ma il territorio non è vigilato”, mi si obietterebbe. Risposta: condivido. Ma un governo, che ha tagliato la spesa destinata alle forze dell’ordine, impedendone l’operatività, ricorrendo ad un provvedimento del genere mischia ancora una volta la “realtà-responsabilizzante” con l’ “immagine-rassicurante”.

In questo caso, lo Stato, per il tramite dei suoi rappresentanti più elevati, “demanda” al “demandante” (il cittadino – tifoso) ciò che è suo preciso dovere garantire.

“Ma chi sarà impegnato nelle ronde lo farà per la “giustizia””; anche questo mi si potrebbe obiettare.

Ma un cittadino abituato a “demandare”, sarà con più facilità, nell’atto di giudicare, dominato dai suoi istinti di “tifoso” o permeato dai valori di un cittadino giusto?

La responsabilizzazione di tutti noi cittadini, lo studio, l’attenzione matura, piuttosto che essere un mero esercizio intellettuale, rappresenta l’unica incalzante vigilanza che ci possa riportare a parlare della “realtà” e non dell’ “immagine di essa”, obbligando chi ci governa ad assumere gli atteggiamenti più consoni a rispondere ad una legittima esigenza di ognuno circa la domanda sicurezza.

Che quest’ultima sia portata al centro dell’attenzione. Ma nei modi opportuni. Per il bene di tutti.

  Diego Fanelli

venerdì 20 febbraio 2009

Sintesi e Cittadinanza - n° 3 - 20/02/2009

Qualche volta mi chiedo come morirò…

E tutte le volte mi dico: “ma come puoi darti una risposta?”

Tra l’altro mi sembra una cosa così crudele che la mia vita possa spegnersi. Allora perché sono nato? Un senso di rabbia mi pervade, produce in me l’esigenza di cercare un “colpevole”. La natura? L’idea di me come un’associazione, seppur abbastanza strutturata, di un intruglio di elementi biologici mi disarma, ma quantomeno mi priva del cogliere una volontà creatrice cattiva; magari solo un’ironica sorte chimica…

Oppure un Dio?

Beh, considerando che allora sono nato per poi morire, sinceramente, mi inizierebbe a montare un certo fastidio all’idea di essere stato concepito per poi dover lasciare la mia esistenza, a Dio piacendo.

Allora sono incazzato con Dio?

No, nella misura in cui mi sento libero. Se discendo da una volontà divina, la consapevolezza che mi sia stata data la libertà, perfino di negare essa stessa (l’esistenza di Dio), mi suggerisce una certa serenità.

Insomma, sarebbe sul serio che questo Dio mi ha “donato”, “veramente”, “totalmente” la mia vita…

Questo dice la mia coscienza, la mia riflessione, la mia presenza a me stesso, mente-corpo.

E se perdessi tale peculiarità mentale?

Grandissima altra questione. Anche qui: “ma come puoi darti una risposta?”

Di fronte a tale disarmante domanda, io mi fermo, e aspirando ad una condotta vicina ad un Dio umano, che sento prossimo alla persona, cedo il passo alla libertà di ognuno.

Ieri (19/02/2009), in commissione Senato è passato il ddl Calabrò, il testamento biologico proposto dal governo di centrodestra e che ha purtroppo spaccato l’opposizione.

Dice, in sostanza, che io non sono libero di fornire, avendo la certezza che vengano rispettate, per me stesso, le indicazioni sul trattamento del mio corpo in previsione di una mia eventuale fine vita, in stato di incoscienza.

Si utilizza Dio per impedirmelo.

Ritengo, al contrario, che il dono vero di Dio, qualora esista, sia l’amore nella libertà concessami, estrema a tal punto da poter negare la sua stessa esistenza.

Perché la vera riflessione è quella fatta nella libertà.

Ognuno esponga le proprie idee, fecondi ogni pensiero. Accenda il dibattito. Ma tutto ciò alimenti il percorso della scelta, non diventi “la scelta” stessa.

Altrimenti, sotto l’espressione “dono di Dio”, può nascondersi la “possessione degli altri”, di questa mia vita, “indisponibile”.

Giudico (al contrario, di nuovo) “indisponibile” la mia vita, per la quale devo accettare “indisponibilmente”  il ciclo “vita-morte”.

Art. 32 della Costituzione: Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

                                                                       Diego Fanelli

giovedì 19 febbraio 2009

Sintesi e Cittadinanza - n°2 - 19/02/2009

Leggo oggi (19/02/2009) su La Repubblica un articolo di Alexander Stille. Offre una precisa analisi sulle motivazioni della noncuranza italiana (telegiornali e opinione pubblica) nel considerare privo d’interesse sociale la condanna dell’avvocato Mills. In primo grado, quest’uomo, è stato dichiarato colpevole di aver mentito per difendere gli interessi del suo corruttore. Tale corruttore sarebbe Silvio Berlusconi, nostro attuale Presidente del Consiglio.
Sembra non significare nulla. 
Leggo, sempre su La Repubblica, un breviario di Antonello Caporale, dove Ghedini (avvocato di Berlusconi) affermerebbe: “La condannda di Mills? E’ una cosa marginale e Berlusconi l’ha presa con disinteresse. Lui è impegnato a governare.”
Cerco di studiare l’illuminismo in questi giorni. Condillac affermava che l’unica possibilità cognitiva dell’uomo è attraverso i sensi. Il movente di tale ricerca è il piacere, puro e semplice piacere.
Se è vero, come credo stramaledettamente, la strumentalizzazione della nostra riflessione sulla realtà è stata indirizzata a renderci indifferenti. Il nostro piacere, movente della riflessione tramite ciò che ormai abbiamo accettato essere l’oggetto della nostra unica ricerca cognitiva, quale è la televisione (vista e udito, due sensi), è diventato non già nostro diletto, ma strumento in mano ai potenti destinato alla nostra narcosi civile.
L’articolo di Alexander Stille termina, infatti, con una frase attribuita a Berlusconi, sembrerebbe conferita a Dell’Utri: “Non capisci che se qualcosa non passa in televisione non esiste? E questo vale per i prodotti, i politici e le idee”. 
Forse è per questo che in tv la stragrande maggioranza delle cose è spazzatura. Utile a trasformare un cittadino in consumatore di porcherie.
Diego Fanelli

mercoledì 18 febbraio 2009

Sintesi e Cittadinanza - n°1 - 18/02/2009 (mie riflessioni sul corrente)

Lo stupro. Delitto barbarico, il più ignobile.
E' immenso il desiderio di giustizia, accompagnato da quello di sicurezza. I colpevoli devono essere scovati. Lo diciamo giustamente tutti.
Come? Con i mezzi più opportuni, ovvio.
Fra un po', potrebbe non essere più possibile farlo ricorrendo ad uno degli strumenti più efficaci: l'intercettazione.
Se passerà il disegno di legge in discussione, la richiesta d'intercettazione potrà essere istanziata solo in caso di "gravi indizi di colpevolezza", impedendo di fatto la necessaria azione investigativa in casi del genere e non solo.
Eppure, se mi guardo intorno, il governo sbandiera la volontà di incrementare le leggi che aumenterebbero la sicurezza, con rimedi in alcuni casi pericolosamente illegittimi.
Da cittadino allora mi chiedo: perché quindi la resistenza sulle intercettazioni? Sarebbero invece da incoraggiare; certo, correggendo atteggiamenti di improprio utilizzo.
Allora, perché questa contraddizione?
La mia risposta: avere al governo chi ha forse troppi segreti è un male per tutti i cittadini.
E' di queste ore, la notizia della condanna in primo grado dell'avvocato Mills. Il nostro, è stato dichiarato colpevole per essere stato corrotto a dichiarare il falso davanti ad un tribunale.
Chi era il corruttore? Silvio Berlusconi, nostro attuale Presidente del Consiglio.
Certo, stiamo parlando di primo grado di giudizio, e nel nostro ordinamento garantista, c'è sempre la presunzione d'innocenza fino all'ultimo grado.
Ma sapete perché non figura anche la condanna a Silvio Berlusconi? Perché quest'ultimo NON può essere processato.
E' immune.
La sua immunità, è decretata da una cosa che si chiama "Lodo Alfano", in vigore da Luglio 2008.
Ma in democrazia, se uno si sente innocente, perché deve aver paura di essere processato?
Qualcuno mi dirà: ma cosa me ne frega, fatti suoi...
Sono solo fatti suoi? Veramente?
Non notate un legame neanche tanto sottile, un unico filo conduttore che lega la volontà di risolvere il pericolo di vedersi condannato davanti ai cittadini (lodo Alfano), con la volontà di eliminare il più possibile le occasioni di persecuzione penale nonché ogni possibile pubblica opinione che non sia di osanna? (rendere difficili le intercettazioni)?
Insomma, i "fatti" di uno solo, diventano influenza pesante, negativa, nelle nostre vite...
Ah, a proposito: Art. 3 della Costituzione Italiana: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono UGUALI davanti alla legge...
Ma è sempre così?...
Diego Fanelli

mercoledì 11 febbraio 2009

La strada di Oxford…(Parte 2)

RACCONTO

 

-ma lui può tornare?….- Esclamò il bambino impaurito.

-no, non può tornare.

-sicuro?

-no, non può tornare – ripeté, rassicurante.

Il bimbo faceva sempre un gesto automatico, ogni volta che doveva pensare velocemente: passava il palmo della mano sui suoi capelli biondi.

La sua mamma lo stava guardando.

Era come se il bimbo percepisse che la sua mamma lo proteggeva. Non sapeva da cosa, non ne aveva la minima idea, ma era fiducioso di non poter avere miglior tutela. Quella fragile e forte di un corpo dal cuore malato.

-Ascoltiamo il suono?

Il bimbo sorrideva piano piano, era l’unica cosa a cui non riusciva a resistere: il suono della mamma…

Il suono di lei lo accompagnava da sempre, anche nei giorni in cui la pioggia cadeva lungo la finestra della camera nella quale lei lo difendeva.

Sin da quando era nato, quel suono lo proteggeva piano, dolcemente…ma con decisione.

-mamma, cosa è stato?

Non preoccuparti, gli rispondeva. Ma adesso non era convincente. Lei avrebbe voluto evitargli quella tensione, ma era impossibile, il bambino la guardava e cominciava a tremare.

-stai tranquillo, amore…

-mamma, avevi detto che non sarebbe più arrivato…

-si, lo so…

Il suo viso era fortemente provato. Il suo suono era più acuto. Il suono di mamma era accelerato adesso.

-mi raccomando, tu stai tranquillo, che tutto passa…

Era quello il momento più brutto…

Forse fu in quella occasione che fece i conti con la pioggia. Non sapeva cosa fosse veramente. Che qualcuno si divertisse a rigare la finestra della camera da letto? E chi poi? Cosa?

-mamma, vuoi dormire un po’?...

La mamma sorrise, stupita della capacità empatica del figlio.

-si, forse è meglio, devo dormire un poco…

Voleva aiutare la sua mamma.

E iniziò dalla prima cosa gli sembrò giusta.

Si avvicinò alla finestra.

La pioggia…forse fu la prima volta che la vide veramente…

Quasi nessuno vede la pioggia per bene, solo i piccoli allarmati riescono a rivelarla.

-lo sai che mia madre poi deve pulire tutto?

La sua mano si posò sulla finestra. Voleva avere un contatto con la pioggia, dirle di smetterla, la mamma ora non poteva asciugarla. Ma tra lui e la pioggia c’era il vetro.

Che strano, pensò, riesco a vederla, riesco a distinguere ogni suo movimento sulla finestra, eppure non riesco a toccarla. Percepì cosa volesse dire guardare, vedere, distinguere, conoscere, ma non poter intervenire…

Tra lui e la pioggia c’era il vetro: tra sua madre e lui, c’era il cuore…

-lo sai che mia madre poi deve pulire tutto? – ripeté alla pioggia sul vetro…

La guardò intensamente.

Poi si voltò verso sua madre. Sul letto i piedi erano immobili, li poteva vedere creare il classico sollevamento della coperta.

Il suono della mamma continuava ad essere percepito.

Si avvicinò.

La svegliò con il semplice cammino. Fu un po’ egoista, ma per i bambini questo è un po’ l’amore per la mamma.

-mamma, ma adesso lui viene?

-no, non verrà più…

Quando disse queste parole, la tosse della donna annebbiò il sonoro del suono e lui credette di non poterlo mai più sentire…

Per un attimo, si sentì perso…per il tempo di una tosse.

-mamma!...

La chiamò per sincerarsi che lei fosse ancora lì…

Lei sorrise…

-cosa ti dico sempre? – gli chiese.

Lui la guardò. Era fermo, e i suoi piedi erano vicino al suo letto. Le scarpe una sopra l’altra, in una posizione che solo i bambini possono assumere, rimanendo allo stesso tempo seri e giocosi: una delle due scarpe si aggiungeva all’altra ed era poggiata ad essa lateralmente, descrivendo un angolo di circa 45 gradi prendendo a timone la parte interna della suola.

Chiunque davanti ad una donna morente avrebbe messo le proprie scarpe belle dritte, aderenti al pavimento. Senza nient’altro che quella postura. Il bambino invece riusciva ad essere tremendamente triste e allo stesso tempo desideroso di sorridere con lei…

Erano le scarpe a renderlo tale, la loro postura ai piedi del letto di sua madre.

La notte stava arrivando…

Fuori un lampione aveva cessato di fare luce.

Mentre un altro si permetteva di continuare a sopravvivere.

Anche in quella casa c’erano due lumi: una donna che stava per spegnersi, e un bambino che si permetteva di sopravvivere…

-perché sei sicura che lui non verrà?...

-non può arrivare…

Il bambino si mangiucchiava le labbra, mentre assaporava la possibilità di crederle.

-non sei convinto? – gli chiese, ancora.

Le sue scarpe stavano ancora dondolando una sull’altra. Cercava di capire se era il caso di essere seri.

La scarpa si abbassò fino a toccare terra, fece rumore. La mamma lo percepì. E le piaceva sapere che suo figlio stesse ancora giocando…

Il bambino si passò la mano tra i capelli…

-allora, sei convinto? – chiese di nuovo la mamma, questa volta ancora più premurosa di conoscere il risultato della domanda.

Il bambino portò le sue mani al petto, incrociandole.

Sembrò ponderare bene le parole. Prima di dire…

-solo se mi dici una cosa…

La sua mamma sorrise.

-va bene, ti ascolto…

-da dove viene la pioggia?...

Lo guardò intensamente.

-Facciamo il nostro solito gioco? – rispose sua madre.

L’intesa era scattata, come ogni volta. Anche quando tutto era triste. Anche in quel caso il loro amore, ciò che alimentava quell’indissolubile intesa, si fece strada tramite il gioco…

Le scarpe del bambino vestivano per bene quell’abito di complicità…

-vado a prendere il foglio, mamma?

Il viso del piccolo s’illuminò. Un sorriso straordinario, una volontà forte riuscì a far indietreggiare la morte per qualche minuto…

-mamma, l’ho preso…

Lei lo aspettava, sempre immobile.

Nel letto. Nel momento dell’addio.

Lei stava giocando, e sapeva che il figlio le avrebbe chiesto ciò che stava attendendo impaziente di poter dire…ma per poterlo fare, la mamma doveva attendere, e far finta di essersi dimenticata…

Gli occhi del piccolo guardavano quelli della mamma.

Gli occhi della mamma guardavano quelli del piccolo.

Gli occhi del piccolo, gli occhi della mamma.

Gli occhi della mamma, gli occhi del piccolo.

-mamma, devi dirmi la frase…

Ecco, questo lui aspettava di poter dire. Il gioco, necessita dei suoi rituali.

-va bene, allora…

E qui lei tossì, di nuovo…

Lui riprovò la sensazione dell’assenza del suono della mamma. La tosse lo aveva coperto, ancora.

Lui la guardò completamente bloccato, ebbe la paura dentro.

Poi lei smise di tossire. Il suono riprese a farsi sentire.

Lei sorrise…

Lui anche, ma l’emozione forte, fece spalancargli le porte della coscienza e degli anni…

-prendi un foglio bianco… - disse lei, era la frase di risposta, sempre uguale, tanto attesa.

-perché bianco, mamma? – era la rituale risposta.

-perché devo poter immaginare…

Le costò molto muovere le mani, mettersi seduta sul letto, guardarlo negli occhi...

-ti serve una matita, mamma?

Come era bello suo figlio. E come era nuova quella frase ogni volta che lo diceva.

Lui gliela porgeva.

Lei la prese.

-da dove viene la pioggia?...

Le ripeté la domanda del gioco.

Sua madre utilizzò la matita sul foglio bianco…

Lui, come da regola, non guardò.

La mamma chiuse il foglio piegandolo in quattro e glielo porse…

Gli occhi del piccolo guardavano quelli della mamma.

Gli occhi della mamma guardavano quelli del piccolo.

Gli occhi del piccolo, gli occhi della mamma.

Gli occhi della mamma, gli occhi del piccolo.

-mamma?... – disse flebilmente il bambino

Lei non aveva quasi più la forza.

-amore mio, vieni…

Il piccolo, divenuto improvvisamente un ometto, si avvicinò e con lo stupore di sua mamma, disse…

-mi hai detto che non sarebbe più arrivato…

Disse risentito.

-e infatti non arriverà…

Il piccolo si passò una mano tra i capelli. Guardò il lampione che dalla finestra si vedeva spento, guardò fortemente la pioggia…

-a differenza di come facciamo sempre, questo lo dovrai leggere solo quando non mi crederai più…

-ma io ti crederò sempre, mamma…

-ti fidi di quello che ti ho detto? – quasi lo interruppe, come se stesse dicendo l’ultima cosa che potesse dire…

Il bimbo, si ripassò la mano tra i capelli biondi…

-si…

E la madre gli porse il foglietto piegato.

Il piccolo lo prese.

Sua mamma lo baciò sulla fronte…

Gli occhi del piccolo guardavano quelli della mamma.

Gli occhi della mamma guardavano quelli del piccolo.

Gli occhi del piccolo, gli occhi della mamma.

Gli occhi della mamma, gli occhi del piccolo.

 

E il suono della mamma.

E gli occhi della mamma.

E il suono, ora più lento, della mamma.

E il sorriso della mamma.

E il suono, ancora più lento, della mamma

 

E poi la pioggia…

 

E il suono della valvola del cuore della mamma che smetteva di fare il suo classico “tic-tic”, il ritmo della sua vita…

 

Il suono del cuore della mamma, spariva…

 

Nella pioggia…

 

Il bimbo pensò: - è arrivato…

 

L’addio…

 

E poi, infine, e ancora, la pioggia…

 

 

Diego Fanelli (Fine Parte 2)

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sabato 7 febbraio 2009

Firmiamo l'appello "Rompiamo il silenzio" sul sito www.libertaegiustizia.it

(post apparso sul mio profilo Facebook)

Ragazzi, io comincio ad avere paura. Una paura fottuta!
Ma veramente fottuta...
Ognuno di noi può fare ancora quello che vuole nel suo paese, nella sua realtà, nella sua stanza...intendo dire che la nostra vita CI APPARTIENE ANCORA!
Ma fino a quando?
Fino a quando continueremo a considerare che il progresso dell'uomo sarà sempre e comunque destinato automaticamente a determinare un miglioramento delle nostre condizioni?
Pensare in questi termini è utile? Serve a qualcosa?
Si, serve soltanto a garantire a chi ha il potere di modificare la realtà senza che ce ne accorgiamo...
Allora io chiedo a tutti noi: iniziamo ad ACCORGERCI delle COSE!!!!!!!!!!!
Il nostro stato di diritto si sta sgretolando sotto il disegno preciso di chi ci governa, e noi, presi dal poter fare ancora qualunque cosa, presi dai nostri vizi, dalle nostre certezze, rimaniamo inerti...
Se in ogni momento della giornata la nostra vita sembra ancora appartenerci in maniera inequivocabile è perchè ESISTE la NOSTRA COSTITUZIONE!!!
Questa splendida Carta, ci appartiene, e determina ogni istante la nostra irriconoscente serenità...
Vi prego, io ho una paura fottuta: che di quella Carta e della nostra autonomia decisionale sulla NOSTRA VITA, della NOSTRA DEMOCRAZIA, non resterà più nulla se non incominceremo a ROMPERE IL NOSTRO SILENZIO!!!
Mi riferisco agli atti e alle dichiarazioni del Governo per parola del presidente del Consiglio Berlusconi, di queste ultime ore, di questi giorni e non solo...

Io, per parte mia, ho ritenuto necessario espormi dicendovi delle mie paure...vi invito a riflettere e firmare l'appello se lo ritenete giusto...

Ma, eventualmente, anche firmare l'appello non dovrà essere l'unica cosa che facciamo per scongiurare la fine della Democrazia, della separazione dei poteri, della intangibilità dei diritti inviolabili dell'uomo, della persona...

A tal fine vi chiedo una cosa: PERCHE' NON INCOMINCIAMO INSIEME A LEGGERE LA COSTITUZIONE?

POTREMMO FARE CHE OGNUNO DI NOI, A TURNO, RIPORTI UN ARTICOLO DELLA COSTITUZIONE, NOI LO COMMENTEREMO, ARRICCHENDOLO DELLE NOSTRE CONSIDERAZIONI!

Io sono disposto!!!

LO POSSIAMO FARE SU FACEBOOK, oppure, PER POTER GARANTIRE MASSIMA VISIBILITA' e l'intervento di chi non è su Facebook, su un blog (eventualmente il mio sarebbe a disposizione, ma anche un altro che condivida i principi costituzionali va benissimo)

Grazie dell'ascolto.

Firmiamo l'appello "ROMPIAMO IL SILENZIO" dal sito "www.libertaegiustizia.it"


Diego Fanelli (FATE GIRARE, se condividete)

lunedì 2 febbraio 2009

La strada di Oxford…(Parte 1)

(Parte 1)

 

La mia matita ti aveva ferito, lo sapevo.

La mia scelta ti aveva infastidito, vero?

Era da tutto questo che scappavo, dalla consapevolezza che ti avevo fatto del male, che te ne fossi accorta e che non avessi avuto alcuna esitazione nel dirmi che avevo sbagliato persona, che come ad un telefono la voce di chi fa finta di non conoscerti fa male, tu avevi deciso di indicarmi la porta della tua stanza…

Così, correvo lungo il sentiero che ci accompagnava ogni giorno al college, in genere eravamo divisi, separati, ognuno con il proprio gruppo di amici…Ognuno con la propria storia…

Iniziai a correre a perdifiato, il profumo degli alberi di Oxford era fortissimo adesso che inspiravo come un pazzo e pieno di ira.

La mia matita in mano, la stringevo fortemente…

Iniziai ad urlare forte, forte, al vento che mi impediva di allontanarmi più velocemente da te e che allo stesso tempo sembrava indicarmi la strada che invece avrei voluto percorrere al contrario a dispetto della mia rabbia.


Immaginavo fosse sangue quello che avvertivo nella mano destra, la matita si era sicuramente spezzata nel palmo, ma io continuavo a stringere come se non me ne rendessi conto o come se invece me ne rendessi conto e con coscienza scegliessi di farmi del male…

La mia mano pertanto pulsava forte sotto la mia stretta.

E il paesaggio cambiava velocemente sotto i miei occhi.

 

Le gambe mulinarono per qualche minuto fin quando arrivai vicino ad una strada, la solita, quella che dopo un primo momento di smarrimento riconobbi essere sempre e soltanto la solita che ci conduceva al college. Ogni giorno, divisi, separati, ognuno con il proprio gruppo di amici…

 

Mi fermai, memore che le macchine potessero spuntare veloci…

 

Ma nessuna macchina sembrava avere la minima intenzione di passare quel giorno.

 

Quella strada era un luogo che adesso mi prestava ascolto. Era a forma di arco leggero, ed io, in prossimità della sua pancia, invadevo la sua parte interna. Praticamente “vivevo” all’interno del suo grembo, dentro una “c” molto larga, quasi una linea retta, e gli alberi di Oxford agli estremi di questa immagine chiudevano la vista.

Non sembrava parlarmi, ma pormi davanti ad una scelta, non meglio precisata…

Andando dritto, attraversandola, avrei raggiunto il solito posto del college…

Ma io mi fermai lì…

Mi tornarono in mente le immagini di qualche minuto prima. Un vortice di pensieri consecutivi, forti, veloci….Nella mente si manifestavano tutti i pensieri che non ti avevo detto…

 

Mi distolse, d’improvviso, dal pensiero spasmodico, un’aquila che apparendo da chissà dove mi sfrecciò davanti…

Sentii forte il suo sibilo nelle orecchie.

 

-take it…

 

Saltai su due piedi per la seconda volta. I due spaventi, uno dietro l’altro, mi avevano fatto rinsavire dai miei pensieri.

I suoi occhi decisi e profondi come saette nel guardarmi…

Mi voltai verso sua madre per avere conforto: una donna che era leggermente più lontano…

La signora si avvicinava senza che dicesse nulla.

Ero fermo al ciglio della strada.

L’aquila rispuntò al di là della bambina, al momento abbastanza lontano per costituire un pericolo.

Nessuna delle due sembrò far caso al rapace…

-take it…

La sua manina ora si era protesa più in avanti.

La penna che mi porgeva doveva averle scritto accidentalmente qualche rigagnolo nero sulla manina …

 

Sua madre era arrivata davanti a noi e stava per scostarla, per distoglierla dal suo intento.

La donna aveva una scollatura profonda…

Fui pervaso da quella visione in maniera del tutto improvvisa.

Ebbi l’ardore del guardare, ma l’ingenuità di manifestare un sorriso. La signora mi parve non sdegnarsi, bensì rispose con uno sguardo intenso…

 

Rimisi a fuoco l’aquila, e vidi negli occhi della sua traiettoria un non so che di pericoloso…

La vedevo avvicinarsi, la bambina era ancora in attesa che io, inchiodato, mi decidessi a raccogliere il suo dono…

 

Sentii che avrei dovuto difendere la piccola.

Che avrei dovuto scagliare la prima cosa che mi si presentava davanti e lanciarla sull’aquila.

Mi abbassai, in cerca di una pietra, ma sentii che non potevo sollevare alcunché.

Mi sentii come paralizzato.

Avevo la spalla bloccata nella posizione di allungamento.

Mi venne quasi spontaneo alzare lo sguardo a controllare che il tempo che stavo perdendo non fosse diventato oramai complice dell’aggressione alla bambina.

Quando mi voltai, non so bene cosa era accaduto, ma la bambina non era più vicino a me.

Era accovacciata, intenta a scrivere…

Per terra…

La piccola mi dava le spalle…

 

Mentre realizzavo questo cambio di scena, sua madre mi era già prossima …

La donna guardava la sua bambina. Sembrava volesse essere sicura che non ci vedesse…

Mi posò la sua mano sulla spalla.

Avvertii in quel momento che non ero più bloccato.

La bambina stava scrivendo sul terreno, ne ero certo…

 

La signora si avvicinò repentinamente al mio viso.

Venni completamente circondato dal suo profumo…

Diede uno sguardo veloce di nuovo alla figlia…

 

E mi baciò…

 

(Fine Parte 1)

 

Diego Fanelli

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