domenica 27 novembre 2005

Il Wrestling e la bellezza del “Cinque”

Il gruppo di danza finisce il proprio balletto alla grande serata programmata da tempo; si riunisce negli spogliatoi e si abbraccia, tutti guardano, da dietro la grande vetrata, il tabellone che li vede in cima al risultato della giuria.

Da un’altra parte, alla nostra festa di laurea, i nostri amici, quelli magari delle superiori che ci hanno seguito nel faticoso cammino universitario, ci prendono in braccio, ci fanno volare in alto in barba alla nostre dichiarate vertigini.

Quando mi diedero un cinque, quella volta, era perché avevo finalmente fatto l’operazione che avevo sempre rinviato. I miei amici, e i miei parenti mi strinsero in un coacervo di polsi, di ulne, di radio, di omeri, e mi fecero sentire non “scientificamente” al settimo cielo ma “umanamente” al settimo cielo: sembrava che tutte quelle ossa si trasformassero in autentici abbracci spirituali.

Quelli della squadra di calcio vincono lo scudetto e si abbracciano senza pensare a nient’altro, perché è l’ultima giornata di campionato e lassù, in alto, c’è il nome di ognuno celato da quello della loro squadra…il capitano corre verso lo spogliatoio che aveva disertato momentaneamente per via dei giornalisti della testata sportiva pagante i diritti; viene accolto da un abbraccio commosso.

E pianti di gioia, e pianti liberatori.

Siamo stati, se non di questi casi specifici, i soggetti indiscussi di particolari situazioni che ci hanno visto, dopo un lungo meditare, dopo un’attenta abnegazione, vincitori di una causa, qualunque essa fosse.

In questi momenti, in genere, ci diamo “il cinque”.

Ecco, darsi “il cinque”.

Quante volte ce lo scambiamo, quante volte ormai mettiamo in atto la sua variante: quella di stringersi la mano incrociando i palmi tra il pollice e l’indice, mantenendo la presa, guardandosi negli occhi.

E molto facile in questi casi sentirsi bene, sentirsi in pace, anche solo per un secondo. Ci coccoliamo, stretti da un abbraccio che si fa reale, vero; una comunione momentanea di intenti; di fatiche patite; di voglie represse; di sogni realizzati, fosse solo quello di passare bene una serata in compagnia.

 

Da piccolo vedevo il Wrestling. Il mio mito era Hulk Hogan (che ogni tanto tuttora lotta), e la voce di Dan Peterson…

“Amici sportivi (“spourtivi” pronuncia americaneggiante) benvenuti a puntata 164 di Wrestling Spotlight…”

…che ricordi!

C’è stata, coeva, la grandissima riesumazione del Wrestiling, questa mega-farsa dove lottatori professionisti palestratissimi (non proprio tutti-tutti) si scontrano recitando parti che, inutile negarlo, li segna per sempre di omonimia del proprio personaggio con la propria personalità: insomma, per farla blanda, io credevo che Hulk Hogan-personaggio fosse Hulk Hogan-persona anche nella realtà.

 

Recentissimamente è morto “Eddie Guerrero”, lottatore del Wrestling attuale; ed è morto sul serio.

La notizia mi ha preso.

Come mi ha preso vedere stamattina (davo un’occhiata malinconica, ma mica solo malinconica, alla trasmissione) i tributi rivolti all’”amico” Eddie. Ho visto che loro stessi, i lottatori stessi (e tra quelli, anche, che recitavano la parte dei più cattivissimi) ammettevano la dualità sociologica imperversante nelle loro vite: “Sul ring è stato il mio più acerrimo nemico (e chi conosce un po’ il Wrestling sa all’interno dello spettacolo a cosa incorrono i nemici), ma nella vita era il mio migliore amico”

Ed ecco immagini di abbracci sul ring, di “cinque” strettissimi, di sorrisi…

Mi chiedo: fin dove arriva la capacità di recitare?, tolta l’apparenza, si scopre forse la profondità dei loro rapporti dei quali queste esternazioni possono essere un flebile straripamento ai danni della sceneggiatura?

O forse, fanno parte, della sceneggiatura?

Non so.

Quello che so è il ricordo recentissimo dell’esclamazione dei miei cuginetti piccolini, assidui osservatori del Wrestling, quando hanno visto una puntata registrata con Eddie Guerriero (ripeto, scomparso veramente)…

 

“Mamma mamma, allora non era morto veramente!!!”

 

Abbiamo dato delle spiegazioni…

 

Nel frattempo, ovunque sia, saluto Eddie, quello, però, che non ho mai conosciuto…

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Diego Fanelli

(post pubblicato sul sito CentoPassi nel 2005)


venerdì 25 novembre 2005

La “Cosa” e la maturità…

-Zitti…

-Cos’è?…

-Shhh. La sentite?

-Si, sembra mio nonno quando fa la pipì…fa paura.

-No no…è la “cosa”.

 

Il corridoio nascosto portava ad una stanza che celava una visione strana. Agganciata al muro c’era la “cosa”, che veniva occultata.

…in seguito, impararono molto da quella “cosa”…

 

Nel film i “Goonies” (quella di sopra è una scena), visto e rivisto negli anni dell’infanzia, una truppa di ragazzi un po’ troppo sprezzanti del pericolo si trova a fare la conoscenza di Slort, la “cosa”.

Era un uomo dalle fattezze fisiche non “uguali” alle nostre diciamo, segregato in una cantina di un vecchio ristorante-nascondiglio dai suoi parenti che nella sceneggiatura rappresentavano una banda criminale.

Non continuo a raccontare il film, che non è assolutamente una prima visione, bensì voglio raccontare un po’ la realtà: il nascondere, come causa di acquisita immaturità.

Un esempio: portare una persona da un’altra parte rispetto al luogo di discussione, non farla intervenire, farla sentire diversa: non alimenterà in lei la diseducazione alla comunicazione?

Esempio, suppongo, facilmente accordabile.

Tutti noi, sin da quando siamo nati abbiamo appreso il nostro linguaggio per “imitazione”: la ripetizione di suoni nuovi diventava col passare del tempo concetto, consapevolezza: ogni termine associato alla esigenza che soddisfaceva.

Con il passare del tempo la nostra esperienza ha fatto transitare il nostro comportarci, dalla larvale immaturità come poteva essere il non saper rispondere a certe domande, alla maturità, concetto che, affatto sincronico (cioè non soggetto ad evoluzione), “migliora” espandendosi ai vari campi per il tramite di nuove esperienze.

E’ un ragionamento che ci accomuna tutti.

Ragionamento, suppongo, facilmente accordabile.

“La cosa” del film, rinchiusa in uno scantinato, incatenata, nascosta agli occhi troppo indiscreti del mondo, poteva aver mai imparato qualcosa se non la diseducazione a qualsivoglia relazione?

Quale maturità poteva aver fatto propria?

Il riconoscimento della dignità è il veicolo della crescita: propria, e di quella persona alla quale si riconosce tale dignità.

Mi chiedo allora, quando termineremo di vedere delle “cose”?

 

In un articolo de “Il Messaggero” di Mercoledì 23 Novembre 2005, si annuncia che la chiesa emana un documento indicante le direttive di discernimento da tenere presente qualora un omosessuale si presenti davanti alla porta di un seminario. La risposta è: porta chiusa, “scantinato” per dirla alla “Goonies”.

“Pur affermando il “pieno rispetto per le persone in questione”, la loro richiesta di essere accolti in un cammino sacerdotale non può essere recepita perché gli omosessuali sono “immaturi affettivamente”, la tendenza alla omosessualità è veicolo di incapacità di rapportarsi con le persone”. Questo, in sintesi, l’articolo.

 

Credo, invece, che sperimentare con successo “l’inattività”, la capacità solida di fermarsi davanti alla possibilità di peccare sia il metro di giudizio che rende l’uomo maturo o immaturo per un cammino sacerdotale: non la sua “categorizzazione” come eterosessuale oppure omosessuale.

 

E poi, “incapacità di rapportarsi con le persone”: fin quando verranno rinchiuse negli scantinati le varie “cose” e non invece riconosciuti i vari Paolo, Francesco, Giovanni, eccetera,  saranno ovvie le incapacità relazionali. Ma queste situazioni sono riscontrabili anche in chi è attratto da una donna. Questa, a mio parere, è immaturità sociale.

Sono dell’opinione che la rinuncia alla sessualità che s’impegna a vivere un eterosessuale è esattamente la stessa che vive un omosessuale.

Perché il punto è che nel cammino sacerdotale si rinuncia alla sessualità, il punto successivo quindi è la natura di questa rinuncia: la scelta esecrabile del sacerdozio come ripiego può essere fatta sia da un omosessuale, che nasconde la sua indotta volontà di mimesi moralistica; sia dall’eterosessuale che ha (banalizzando, per farla breve) difficoltà con l’altro sesso… e non aggiungo altro. Ma proprio per questo intervengono gli anni di discernimento, che non devono quindi essere già preclusione, bensì proprio di comprensione del peso specifico reale di una scelta.

I ripieghi, però, non sono condizioni di partenza: sono risultati.

Risultati di tanti scantinati della nostra infanzia, e, a volte, anche della nostra “pseudo-maturità”.

 

 

Se si scorge il film, si vede che alla fine Slort (non più la “cosa”) viene amato, riconosciuto,  e solo in conseguenza di questo salva la vita a quei ragazzi e…

…beh, chi vorrà vedere il film lo saprà…

 

Mi rendo conto che l’argomento è profondo, molto delicato, richiederebbe molta e molta riflessione, può essere che l’esempio non calzi per niente: in un film in effetti  tutto è troppo facile…

Beh, figurarsi quanto sia difficile la realtà allora!


Diego Fanelli

(già pubblicato sul sito CentoPassi nel 2005)


martedì 22 novembre 2005

A quando mai più?

Camminava. Una signora prendeva in braccio il proprio piccolo; la ragazza abbracciava il suo ragazzo innamorato, gli porgeva le sue labbra dolci, scansanti equivoci…

Prese un panino.

-vuole anche da bere?

-no, grazie.

Il negoziante guardò male, si disse che ce n’erano di spilorci in giro.

 

Una trovata che prendeva la sua mente quando voleva evitare di sentire gli occhi degli altri addosso, quando “doveva” evitare di sentire troppo il respiro degli altri addosso; era quello di far finta di essere al “cinema”.

Aveva preso questa consuetudine: di comprarsi dei biglietti “virtuali”, non appena uscita dal suo portone, alla biglietteria dell’uscio. Quando era per strada, infatti, invece di sentire gli occhi addosso, poneva i suoi per terra, su di uno schermo silenzioso: la strada.

Qualcuno in televisione (si sentiva da un venditore ambulante di “Kebab”), diceva, interpellato da un giornalista, che “si deve smettere con questi “diversi”!!!...”.

Qualcuno continuava a fissare.

Qualche padre aveva appena finito di accompagnare i propri figlioletti all’asilo nido, e non disdegnò di guardare.

Qualcuno alla finestra stava guardando il panorama.

Finalmente vide la porta.

La aprì.

Entrò.

-per il colloquio? – chiese all’usciere, con cortesia, ad attendere indicazioni.

-da quella parte.

Questi non alzò lo sguardo, impose il dito nella direzione e continuò a leggere il suo giornale sportivo: aveva le squadre da preparare per il fantacalcio ed era indeciso su diversi giocatori.

Quando salì le scale, come da consigli, si trovò davanti un’altra porta…

-prego.

La segretaria con voce tranquilla invitava a sentirsi a proprio agio e offrì una sedia.

Timidezza, tensione: contrasti volontari con la delusione che sperava di non portarsi a casa.

Che fosse la volta buona?

La segretaria leggeva il giornale adesso. Sembrava un quotidiano locale: in prima pagina c’era scritto qualcosa, si avvicinò per leggere, ma…

-prego…

Si alzò, il cuore martellava per il sobbalzo. La dimenticanza aveva quasi soppiantato l’appuntamento per via del giornale.

 

 

Quando accavallò le gambe, coperte ragionevolmente, il signor X gliele adocchiò comunque, tirando un sospiro di apprezzamento, lanciando un secondo sguardo alla moglie…che era solo in fotografia.

E tirò un altro sospiro di sollievo.

-Allora, anzitutto buongiorno, vedo che è una bellissima ragazza…–, esordì, -… il che non guasta perché il lavoro di segretaria richiede una “certa” presenza, ma qui vedo che non ci sono problemi…

-la ringrazio del complimento, io comunque ho fatto un corso di…

-benissimo, benissimo

Pensò che non aveva finito di parlare. Che gli andasse così a genio?

I talloni urtarono un po’ le gambe della sedia: il risultato della tensione e le sue gambe che si ritraevano di conseguenza.

-Senta, ho portato anche l’attestato di conseguimento della patente europea del computer…

-va benissimo non si preoccupi – gesticolava in senso di diniego affettuoso e di fiducia ormai acquisita.

Nel silenzio che era conseguito, l’impressione della troppa facilità di proscioglimento della decisione la costrinse a dover riprovare a spiegare, a chiedere di essere messa alla prova.

Era per rassicurarsi di non aver inteso male. Non le sembrava vero, -ci sarà un ulteriore colloquio?-.

-mi dia la carta d’identità, per cortesia.

La carta d’identità cosa c’entrava? Ma nello sbigottimento e nella mancanza di comprensione delle intenzioni, aprì la borsa e tirò fuori il portafogli.

La fotografia della mamma e del padre stava ad indicarle la posizione della tessera di riconoscimento.

-tenga-, disse cordialmente.

L’uomo la lesse. Si alzò. Il signor X prese, dopo qualche passo, il cassetto superiore  della macchina fotocopiatrice e lo sollevò in alto. Inserì quanto impugnava e lo abbassò.

Il rumore del rullo passava luminosamente da sinistra a destra del signor X.

Fece la fotocopia.

Schiacciò l’interfono una volta seduto.

- Maria – disse, era la segretaria “del giornale”, – per cortesia, venga di qua, le darò fotocopia della tessera di riconoscimento della signorina per l’inserimento dei suoi dati nel database e per i rituali burocratici dell’assunzione.

 

 

Quando tirò dietro la porta di casa sua, esclamò ad alta voce con le lacrime…

-Finalmente!

Ricordava le sofferenze patite.

Congetturava su una probabile vita futura suffragata da un impiego.

Vide le bollette sparse sul tavolo che intimavano il pagamento. Si disse che stavolta le avrebbe pagate.

Quando finalmente si stese sul letto, prima di abbandonarsi a degno riposo, andò in bagno.

Si guardò allo specchio.

Si fissò gli occhi. Poi si fissò “negli” occhi: si vide dentro come, purtroppo, solo lei poteva fare.

Poi ritornò verso il letto e istintivamente aprì il comodino.

C’erano delle carte.

Lesse il contenuto con l’aria di chi ne conosceva le caratteristiche. A menadito. Lette e rilette una marea di volte.

Pensate e ripensate una marea di volte.

Rifiuti e rifiuti una marea di volte.

Un attimo di panico…corse di nuovo in bagno, si riguardò allo specchio. Si riconosceva: era sempre lei, Giulia.

Si riportò davanti agli occhi le carte che aveva conservato nel pugno…

Era la sentenza del cambiamento di nome.

C’era scritto che era, un tempo ancora molto recente, Paolo.

Un piccolo brivido le corse lungo la schiena, era anche a causa di questo che navigava tra i debiti.

Pensieri: l’assunzione, lo sguardo languido e impertinente del signor X, gli sguardi languidi e poi schifati di tanti altri signor X, quando, terminando di guardarle le cosce scolpite si vedevano di fronte alla tessera d’identità di Paolo…

…lo sguardo diverso del signor X di oggi di fronte alla tessera d’identità di Giulia…

Si guardò ancora davanti allo specchio.

Si riconobbe di nuovo. Tra Paolo e Giulia non c’era differenza, quella che invece c’era tra “loro due” e il mondo intero.

Ma adesso ce l’aveva fatta.

Si mise al computer, prima di coricarsi.

Terminò di lavorare alla stesura di uno script: comandava l’apertura di una pop-up d’informazione sul sito che aveva quasi finito di creare.

Un sito aperto al confronto e alla ricerca di emancipazione sociale.

 

Ma pareva bastassero un paio di gambe e la coerenza, col genere sessuale, del nome…

 

A quando mai più?


Diego Fanelli 

(racconto già pubblicato sul sito CentoPassi nel 2005)

martedì 15 novembre 2005

Il giudizio

Quando mi sono trovato in difficoltà nella mia vita, e in momenti delicati, ho capito che la cosa più brutta non era tanto quello, che in sé, stessi vivendo; ma il giudizio.

Al giudizio si può più o meno facilmente rispondere in una situazione di confronto, di contrasto: ci si pone davanti al giudicante, lo si guarda negli occhi e, consapevoli di noi stessi, gli si dice: “Senti, ma che cavolo stai dicendo, io non sono così!” e giù con le spiegazioni.

Ma quando non si è perfettamente consapevoli, e sfido chiunque ad esserlo in determinati momenti, come si reagisce?

Insomma, ci sono momenti dove le cose non si comprendono, dove il coinvolgimento emotivo è talmente forte che non si riesce ad attingere a nessuna spiegazione, a niente che possa finalmente fornire una soluzione a tutto: a noi stessi, agli altri, a chi ci giudica.

Una situazione psicologica delicata ingigantisce tutto ciò che ci sta intorno, i nostri movimenti risultano più enfatici, le risposte inadatte, sembrano cariche di errori e di orrori…una spirale dalla quale è difficile uscire fuori senza il bisogno di un aiuto.

E’ proprio questo “ingrandimento delle cose”, la causa che mi faceva, e certe volte fa tuttora, avere paura di essere giudicato.

E’ una situazione dove l’emotività ti allontana dalla realtà immediatamente tangibile e ti fa approdare al grido massimo delle istanze dell’anima: il ricorso (alle volte furioso) ad un aiuto superiore.

Che sarà Dio, che sarà l’intangibile, che sarà chi volete.

Ci si rimette a lui. Ci si rivolge “all’inafferrabile desiderio di essere aiutato”, nella propria infinita impotenza, da ciò che vediamo essere l’unico possibile risolutore comparativamente a quest’ultima.

Badiamo bene, non è l’ammissione incondizionata della esistenza di un Dio, bensì la speranza della propria salvezza, della propria “uscita” dalla situazione.

Inizio a lavorare di empatia, cerco di capire se il mio ragionamento è corretto sotto tutti i punti di vista.

Mi metto dalla parte della Chiesa, mi metto dalla parte degli atei, mi metto dalla parte dei laici…

Mi sembra che vada tutto bene.

E poi, “mi ritorno in mente io stesso”, la mia fragilità in momenti così forti e la voglia di non essere giudicato, ma riconosciuto.

Non voglio molto impelagarmi in discussioni sulla opportunità della Chiesa o meno di entrare nel dibattito sulle decisioni che ricadono sulla vita di ognuno; è un fatto sul quale mi interrogo continuamente.

Voglio solo dire, ad entrambe le parti in causa: chiesa e non-chiesa (mi sia consentita l’antitesi) di non dimenticare l’importanza dei toni, e la loro capacità di tagliare l’anima in pena per una condizione sulla quale questa si scervella, sulla quale sicuramente soffre.

Perché anche chi abortirà è un essere umano, anche un omosessuale è un essere umano, anche io sono un essere umano: persone che, come chiunque, pervase dalla delicatezza psicologica di un momento, non vorranno certo sentirsi perseguitati, oltre che dalla propria coscienza e da quella collettiva, perfino da Dio, “l’inafferrabile” al quale credo che invece si siano rivolte.

E non è un bel provare.

Poi si può discutere di tutto: in una discussione ci sono i locutori (in genere estranei, emotivamente) e gli ascoltatori (qualche volta coinvolti, emotivamente) e tra questi c’è anche chi non crede.

E credo che Dio, se esiste, guardi anche a questi ultimi con tenerezza.

Così come a tutti.


 Diego Fanelli

(già pubblicato sul sito CentoPassi nel 2005)

domenica 13 novembre 2005

Le cardiopatie dell’amore...

Va bene, okay.

La sdraio è pronta, sarebbe quella che in genere, a casa, utilizzo per assestarmi il popò e poter scrivere qualche cosa. Avete mai provato quel senso di perfezione del “ticchettare” della tastiera? Quella di un portatile è il massimo…

Tac…tac…tac…

Ma quello non è l’unico suono che avverto.

C’è un suono che mi viene da molto vicino, che mi turba. Le sue vibrazioni confondo con quello che vedo all’esterno, con la gente che dalla finestra di casa mia, accovacciato su di una sdraio acquistata questa estate, posso scorgere intenta a vivere.

Ne passa di gente.

Inevitabilmente ne passano di ragazze.

Il suono che sento lo confondo con loro: come una canzone fatta a posta per me, che mi fa avvertire una forte tensione emotiva nel poterle scrutare, passare velocemente davanti alla mia strada e immaginare che stiano venendo a trovarmi.

Si. Abbracciare un’ estranea.

Cosa c’è di male? Niente, credo. Anzi, sarebbe bellissimo ricevere la visita di una sconosciuta (chi è donna può dire del sesso opposto; ma chiunque, lo dica anche del proprio, che tanto è la stessa cosa: LEGITTIMA).

Poi invece, matematicamente, mi ritrovo a non sentire il “RING” del citofono (un'altra onomatopea), mi assicura che le mie curiosità saranno vanificate dalla realtà.

Rimarrò solo, qua dentro, con l’unica consolazione del mio “sedere” che rimane tranquillo sul soffice.

Ma non sono le uniche occasioni di fantasticazione.

Il cuore fantastica.

Utilizzo il cuore e la sua capacità d’innamorarsi secondo tantissime stratificazioni.

Era ieri, 12 Novembre 2005, che al Centro Cento Passi abbiamo riaperto le “danze dell’anno”, il secondo anno di attività…ed era ieri, vale a dire qualche ora fa, che mi sono imbattuto in alcune ragazze che ballavano.

Ballavano bene.

E l’emozione saliva.

E il cuore fantasticava.

Ma poi come sempre si deve andare via: le cose che non si dicono, le cose che pensi non ti verrebbero ricambiate…

E la  possibilità di avere un bacio, rubato, sfuma.

Un bacio rubato…

Inafferrato.

E quindi inafferrabile.

Mi viene in mente una poesia…è di Alberto Bevilacqua, la metto di seguito, si intitola “Come un albero, come la rondine”:

 

...è l'ultima davvero

telefonata fra noi, ma vorrei

lo tenessi presente che l'amore

è il mancato appuntamento e insieme

il momento azzeccato

 

l’inafferrabile: l’amore come quello “che non sarà”, e l’appagamento per questo “non sarà”.

Aumenta la cardiopatia dell’amore…e la cura dov’è???

Forse nei sogni?

Forse a guardare dalla finestra la gente che passa???

 

O forse a presentarsi e dire di quelle emozioni al corrispettivo destinatario?

Ma quando l’avrò conosciuta, la certezza…non spezzerà il sogno???

Confrontiamoci…

 

Ciao raga…


Diego Fanelli 

(post già pubblicato sul sito CentoPassi nel 2005)