martedì 14 luglio 2009

OGGI SCIOPERO



Sulla scia di quanto già scrittovi nel mio post al seguente link (al punto 2), ho deciso di aderire a questa iniziativa che, credo, molto importante, anzi esiziale per la democrazia, la libertà d'opinione e d'espressione nel nostro paese...


Adesione all'appello di Diritto alla Rete contro il DDl alfano che imbavaglia la Internet italiana




Vi riporto la nascita dell'idea dal sito http://dirittoallarete.ning.com/
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Come è nata l'idea
Blogger e giornalisti-blogger, attraverso uno scambio di telefonate ed e mail, hanno deciso di agire. Per dare un segnale forte attraverso la Rete. Gli Usa hanno eletto la prima volta un presidente di colore grazie alla libera condivisione delle informazioni in Internet. Barack Obama ha creduto nella Rete e sta facendo la differenza con un messaggio forte di cambiamento. In Italia, al contrario, una politica "vecchia" vuole impedire la libertà d'informazione attraverso giornali, siti internet e blog. Con leggi ad personam come il DDL Alfano che sono un attacco alla democrazia.
Alessandro - Guido - Enzo

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Sul Vangelo: in principio era il Verbo (la "parola"...)
Voltaire: "non approvo ciò che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo..."

Chi ci governa, credo, abbia smesso di interrogarsi sulle profondità della vita...

Vi prego, fate girare...il più possibile...

Grazie

Diego

venerdì 26 giugno 2009

Un sussulto di dignità...

Qui c’è bisogno di un sussulto di dignità. Talmente necessario, in quanto l’uomo che si attribuisce il nostro consenso circa il suo modo di essere si è intromesso, a mio parere è un fatto ormai, nelle nostre logiche di pensiero, rischiando di alterare la stessa nostra percezione di noi stessi.

Dobbiamo renderci conto che non guardiamo più la nostra immagine riflessa nello specchio.

Mi spiego meglio.

Attribuisco consenso a idee, comportamenti, modi di fare e alle persone che rappresentano tali elementi, se con me hanno, in genere, “affinità”.

Quando il consenso è elevato qualitativamente, si può avere una “quasi uguaglianza”. Le idee “tue” si possono quasi sovrapporre alle “mie”. Tale congiuntura edifica uno specchio davanti al quale “tu”, “io”, difficilmente diverremo separabili…

Non è sempre un buon segno, pena la capacità critica, sempre necessaria. Mantenere le distinzioni in un contesto simile è difficile. Scongiurare il passaggio, una specie di transfer, del “te” al “me” è arduo ma ancora fattibile, se il gioco dell’aderenza di cui sopra è comunque guidato da me medesimo. Il soggetto, principe, non passivo.

Snaturarmi, insomma, è pericoloso.

Berlusconi dichiara. “gli italiani mi vogliono così…io non cambio…”

Lo stravolgimento simbolico, semantico, semiotico della dialettica bene-male che egli rappresenta è, parimenti al mio snaturamento, pericoloso.

Egli, attuale capo del governo, proprietario di reti televisive - portatrici per loro stessa natura di pedagogie indotte -; indirettamente controllore della tv di stato; invischiato in un perverso manifestarsi della sua licenziosità, rivelatrice del suo considerare la donna mero oggetto; egli, soggetto palesemente divenuto ricattabile - “il” pericolo per una nazione guidata da un uomo in siffatte condizioni-; che emana leggi che puniscono chi va con le prostitute, ma ospita, e, stante alle dichiarazioni (e alle registrazioni, poste ai sigilli dai pm) in corso di analisi processuale, va a letto, con delle escort (termine più edulcorato di prostituta); che, non dimentichiamo, partecipa al Family Day, difendendo la famiglia, sacra, i valori della stessa; egli, platealmente, pubblicamente, sconfessato dalla ex moglie, la Sig.ra Veronica Lario, definito “una persona che non sta bene”; egli, evidentemente un bugiardo, ancorchè ricopra cariche istituzionali - per farsene maggiore idea, visitate e leggete, vi prego nella sua interezza, questo link (http://temi.repubblica.it/repubblicaspeciale-altre-dieci-domande-a-silvio-berlusconi/2009/06/25/le-dieci-nuove-domande-al-cavaliere/); che continua a rilasciare dichiarazioni turbative di mercato (“non bisogna dare pubblicità ai catastrofisti”); che ostacola la libertà di informazione, la libertà d’opinione, la libertà di sentirsi sicuri di possedere una giustizia che garantisce l’obbligo dell’azione penale (riflettete al paradosso che il suo partito si chiami “Popolo della libertà”); e tantissimo altro, è l’usurpatore delle nostre immagini riflesse.

Dal momento in cui dichiara, ripeto: “gli italiani sono con me…io non cambio, mi vogliono perché sono buono, generoso, sincero, leale e mantengo le promesse”, genera l’immagine riflessa nel mio specchio con la forza del potere immenso che possiede.

Non ha alcun ritegno, pudore, piuttosto che chiedere scusa (“non c’è nulla per cui io debba chiedere scusa”), egli lava, purificandola, la sua immagine asserendo che sono io, noi, che lo vogliamo così.

Cosa vuol dire? Vuol dire che per sua scelta, insindacabile, io gli sono “affine”, gli sono “quasi uguale”, non potrebbe essere altrimenti: sono costretto a vederla in questa maniera, perché di fronte all’assurdità che rappresenta, io, potrei giustificarlo, “volerlo così”, solo se riscontrassi in me le medesime vocazioni…

Non c’è altrimenti…fatta salva l’eventuale, a me oscura, presenza di un “bene” che va oltre ogni nostra capacità di intendere…

Insomma, se quello che dice è vero (noi lo vogliamo così, egli è buono, leale, ecc.), e allo stesso tempo le evidenti, neanche da lui stesso smentite “problematiche” sono vere (vedi sopra), allora vuol dire che io, noi, gli siamo complici…”affini”.

Ma io sono veramente così?

Noi, figli della Resistenza, momento di infinità dignità sfociata nell’avverarsi del sogno Costituzionale, siamo questa immagine?

Siamo questa immagine? (lo sto gridando!)

Siamo questa immagine? (ancora…)

Vediamo questa immagine nel nostro specchio?

Negli anni, davanti al mio specchio, lottando con i miei mille pervasivi difetti, ho aspirato a rendermi “quasi uguale” all’immagine di Malcolm X nel film di Spike Lee quando cammina per le strade poco prima di entrare nel luogo dove venne ucciso (la canzone inglese dice “I know, changes go come… Oh Yes It twill…” – “so che le cose cambieranno…si, lo faranno…”); ho aspirato a rendermi “quasi uguale” all’immagine di un Bob Dylan che cantava “Blowin’ in the wind”, le speranze di farsi partecipi di un mondo migliore, senza guerre, in pace; ho aspirato, partendo sconfitto non potendo reggere minimamente il confronto, a rendermi “quasi uguale” al messaggio di Gesù Cristo: ieri, su un giornale, si riportava il passo del vangelo di Luca (12, 56-57): “Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo, ma come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto?”

Se dovessi seguire l’immagine riflessa, coartatami, dovrei andare da qualunque donna a dire: “posso palpare un po’ la signora?” (frase pronunciata da Berlusconi a Bazzano, L’Aquila, durante una foto con l’assessore provinciale trentina alle pari opportunità il 25 Aprile scorso, tra le rovine del terremoto d’Abruzzo)

Voglio cercare di essere una persona migliore…

Diego


martedì 23 giugno 2009

Il sesso e i politici...

“Io credo si tratti di puro e semplice provincialismo…Basta! Insomma, io sono andata a letto con i politici pur di fare carriera… penso che molte donne lo facciano… e non ci vedo nulla di male…”
Si prevede pioggia.
Vedo le nuvole avvicinarsi.
La radio tuttavia si sente bene, anche se queste parole meriterebbero, credo, il livello di un errore di comprensione dovuta ad interferenze, o quantomeno il rango di uno scherzo.
Non è il perbenismo che mi pervade. E neanche il tabù. Tutt’altro. Ritengo la libertà sessuale consapevole, paritaria, un vanto della maturità di una collettività. Non è questo il punto.
Mi permetto di afferrare, interpretandolo a mio modo - è evidente -, un senso di decantata vittoria liberatoria nelle parole di questa sconosciuta intervenuta. Come le dichiarazioni sfogate: nella persona che le promana creano particelle di successo, “tu, uomo, sei mio…basta un solo cenno della mia volontà sul mio corpo…e raggiungo il mio volere…”
Vincere…
Vincere, a volte, è confondere la resa, inglobandosi da vinti nel ventre di chi veramente serviamo…
Mi chiedo infatti: donna, costretta ad ammettere che vendendoti tu stia “decidendo”, non stai forse “servendo”? Intendo dire: in un mondo, ahimè profondamente maschilista, l’esclamazione “io sono andata a letto con i politici pur di fare carriera…” non presuppone già che “chi” decide è “il maschio”, che soltanto dopo saziato nei suoi bisogni più istintuali, forse, ti concederà l’accesso alla dignità dei tuoi meriti?
Non è una resa?
Spacciata per vittoria? Da me letta come “visto, che non posso altrimenti…”?
Non si tratta d’ambire a sentirsi la migliore amatrice, capace di far impazzire il destinatario delle proprie attenzioni sessuali, fine legittimo di una donna (e pur d’un uomo, parimenti); si tratta invece di voler accedere alle proprie gratificazioni sapendo, consciamente, di dover sfondare la porta del potere maschile con la resa del proprio corpo...
Ma non è già concedergli a torto, rassegnate, l’esclusiva capacità dell’intelligenza, dei valori, delle qualità? Non c’è il rischio che si tratti di giudicarsi solo al massimo “furbe”, ma mai “migliori” del “maschio-imperante”, lui, che non sa ragionare, per la maggiore, se non per il tramite del soddisfacimento dei propri attributi?

Nel frattempo sono uscito dalla macchina. La giornata di lavoro è finita e torno alle quattro ruote parcheggiate. Piove. Fortemente. Accenno una corsa..
Piove
Sono zuppo. Trovo le chiavi. Cerco di portarle alla mano sinistra per aprire la portella…scopro che avevo l’ombrello, e non me n’ero accorto…
Cose così… che accadono…cose di cui non t’accorgi…
Come il doversi difendere da questa pioggia di maschilismo imperante…

Purtroppo, un uomo…

Diego

domenica 21 giugno 2009

Amici sconosciuti...

Ti chiedo scusa amica sconosciuta.
Ti chiedo scusa per l’inerzia dettata dal mio benessere. Cosa volevi fare? Quale il tuo sogno? Sciare… Lo sai fare bene. Vorresti, ma non puoi, partecipare ad una gara vera…
Ma non puoi farlo nella tua Iran.
Ti chiedo scusa amico sconosciuto…
Ti chiedo scusa per l’inerzia dettata dal mio benessere. Sei un artista. Dipingi. In Iran. E per ciò che dipingi sei stato condannato. Come “corruttore del popolo”, ed è la pena più grande quella che ti aspetta… Ma riuscirai a comprarti la salvezza vendendo alcuni dei tuoi quadri all’estero…
Ti chiedo scusa amico sconosciuto...
Ti chiedo scusa per l’inerzia dettata dal mio benessere. Ami la musica trash-metal. Nel tuo paese, l’Iran, è bandita. Ma attraverso quella musica tu incanali la tua voglia di esprimerti. E vai oltre le limitazioni. Anzi, riesci anche ad autoprodurti, con alcuni amici registi, un video di una tua canzone. Non hai alcun riferimento da prendere come esempio sull’argomento, è molto difficile avere contatti via internet su di una cosa che nel tuo paese è considerata corruttiva.
Ma non ti fermi.
Amici iraniani, sconosciuti, Vi chiedo scusa per quel mio collega: “Tanto non cambia niente. E’ inutile votare, è inutile sperare, cambiare…” E’ passato un po’ da quando ho visto le vostre storie, complice una tv satellitare che ci ha fatto conoscere “sconosciutamente”. Non c’erano ancora state le vostre elezioni (rivelatesi una farsa, purtroppo, e per la quale ora manifestate).
Ed era a breve, che si sarebbero tenute le nostre. Mi trovavo a parlarne con un collega, e fu in quella occasione (a riguardo delle nostre elezioni) che si espresse in quel modo. I giorni sono trascorsi, e a vedervi lottare per le strade, nonostante la repressione, i basij (gruppo paramilitare integralista – girano con le moto con i manganelli a picchiare), gli spari su di voi manifestanti civili, rivendicanti il rispetto dei vostri diritti per avere “il” cambiamento, più democrazia, più libertà, mi fa riflettere profondamente. Mi fa sentire a disagio. Ho fatto un’associazione. Forse azzardata, imprudente, imparagonabile, ve ne chiedo scusa (ancora). Mi sono detto: “guarda, chi sarebbe più autorizzato, paradossalmente, a non fare nulla, impedito, fermato, nella speranza di modificare qualcosa semplicemente facendo sentire la propria voce, represso da un potere così violento, in scalfibile, protesta. Grida, va in piazza. Nonostante gli spari. Nonostante i manganelli. Nonostante il pericolo di perdere la vita. Nonostante i morti…”
E noi?
Ed io?
Il tutto si racchiude sinteticamente nella frase del collega. Frase che, ahimè, i miei atteggiamenti, hanno fatto propria chissà quante volte più o meno consapevolmente.
Vi chiedo scusa.
Forse solo chi veramente è allo stremo non si pone domande, non si schermisce con la costruzione di alibi, giustificazioni, e agisce. Semplicemente per il solo fatto di non rimanere fermo: l’immobilità come complicità. Vi chiedo scusa. Per l’inerzia dettata dal mio benessere. State lottando. Stanno cercando di isolarvi, chiudendo ogni canale di comunicazione con l’esterno: i giornalisti, le tv, internet. Ma anche grazie a quest’ultima tecnologia, qualcosa comunque viene fuori: video, immagini rubate tramite i cellulari e scaricate in rete non appena possibile. Perché è importante non essere soli. Non sentirsi soli. Far viaggiare il pensiero, le idee, le disperazioni, la disobbedienza civile, è difendere dall’oblio del nulla i sogni, i desideri, e il diritto di vivere in libertà di ognuno.
Allora, io, dovrei agire nel mio piccolo.
Nel mio paese. Battermi per la libertà di espressione. Per la libertà dell’informazione. Per la libera circolazione delle idee.
Seneca diceva: “un’ idea buona, è patrimonio di tutti” .
Voglio sperare che anche il mio piccolo e inconfrontabile sforzo, paragonato ai vostri, possa essere d’aiuto a concorrere all’”universalizzazione” dei diritti.
Nel mio piccolo:
- voglio che la libertà di espressione venga tutelata (sia in rete che non - vedi iniziativa FREEBLOGGER) - voglio che i politici, siano persone trasparenti e, soprattutto, che si considerino, nell’accezione positiva, “servitori dello stato e dei cittadini”, non il contrario (vicende d’attualità sul presidente del consiglio Silvio Berlusconi: non è gossip, è l’uomo nella sua interezza, nella sua complessità – pubblica e privata -, che ricopre incarichi di responsabilità verso la popolazione, non una parte di esso).
- voglio che la sicurezza di ognuno sia garantita dallo stato (NO alle ronde) - voglio che nel nostro paese, come dettato dalla Costituzione (Art. 3): la legge sia uguale per tutti.
- Voglio che non vengano promulgate le misure contenute nel pacchetto sicurezza in arrivo al Senato che bloccano di fatto lo strumento principe per le indagini: le intercettazioni; nonché la morte del dovere d’informare i cittadini (vedi appello de “La Repubblica” http://www.repubblica.it/speciale/2009/appelli/dovere-di-informare/index.html)
- voglio che i telegiornali del mio paese, specialmente quelli che contribuisco a mantenere in vita pagando il canone, diano risalto a quanto sta accadendo all’immagine del presidente Silvio Berlusconi (da uno studio fatto recentemente, il 70% della popolazione – il 70%!!! – forma le proprie convinzioni, le proprie idee su ciò che lo circonda seguendo la tv. In virtù di questo è incredibile che il tg1 (ma è un problema di molti, troppi, tg), telegiornale principe dell’informazione pubblica, non dia tali notizie!)

E tante altre cose…(per motivazioni ad alcuni dei punti soprastanti: http://unpojokerunpobatman.blogspot.com/2009/06/freeblogger.html)
E Voglio che i miei amici sconosciuti iraniani siano liberi di protestare senza subire alcun tipo di violenza. Nel mio piccolo, sostengo pienamente la vostra protesta.
Amici, vi guardo in queste foto (prego ognuno di noi di avere il coraggio di guardarle tutte)…(http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/scontri-teheran/1.html).
Sono con voi…
Per la “universalizzazione dei diritti”, alla quale concorrono le lotte per il mantenimento di quelli acquisiti oltre che naturalmente, la loro creazione, dove non sono mai esistiti.

(Vi prego di far girare. Ognuno di noi si senta non solo importante per il proprio mondo…)

Diego

giovedì 18 giugno 2009

Obbligo di trasparenza...

La via della conoscenza. Della verità. Della consapevolezza.

Se camminassi lungo questi sentieri potrei dire di essere sereno.

Camminare lungo questi sentieri, però, è compito arduo. Molto.

Accedere alle informazioni del quotidiano: la conoscenza.

Iniziare a filtrarne le sfaccettature, alla ricerca della verità. Solo una volta trovata questa, ambire alla consapevolezza; altrimenti, illusoria.

Sono dell’opinione che l’acqua all’interno della brocca abbia tale conformazione sia per “se stessa in sé” che per la caratterizzazione delle pareti della brocca stessa.

Per cui alla mia disperata ricerca di consapevolezza, potrebbe concorrere positivamente, aiutandomi non poco, la “caratterizzazione” di ciò che “mi contiene” (non solo ciò che è il mio “contenuto”).

In questo, a mio avviso, si esprimerebbe la tendenza “sociale” che ci rende particolari. Io e gli altri in un continuo rincorrerci pedagogico: “io” sono me stesso in quanto tale, ma anche perché in “reazione” a tutto il resto. Per questo, ognuno, ha responsabilità non solo unicamente verso se stesso, ma congiuntamente aanche er gli altri.

Ho letto: “la peggiore schiavitù, è quella che si ignora”.

Vorrei non essere schiavo, vorrei che nessuno lo fosse.

Vorrei non lasciare ai miei figli un “contenitore” della loro “acqua” che li schiavizzi.

Quindi, ambire a quella consapevolezza è di vitale importanza: essa nutre quanto il cibo che passa dalle nostre bocche.

Io vorrei trasparenza, il più possibile.

Io vorrei che ognugno accettasse le proprie responsabilità, nel bene e nel male.

Vorrei la verità, sempre, anche la più cruda…

Non è quello che vedo, purtroppo…

Vedo, invece, un Italia continuamente messa sotto confusione: la verità “rappresentata” che nasconde quella reale, a vantaggio di chi ha il potere.

Ciò che sta accadendo nella nostra società italiana è il capovolgimento del bene e del male.

Tutti, e soprattutto chi detiene responsabilità istituzionali, abbiamo il dovere inconfutabile di essere trasparenti, nessun diritto di porsi al di sopra della legge.

Il dover governare, l’investitura popolare, non sono un lavacro d’impunità…

Non so che farmene di un potere che conosce, che sa la verità e che è consapevole, ma solo nella sua testa…

Lasciando confusa la mia, la nostra…

Una forma di schiavitù, è quella del pensiero…

E non è solo un problema di astrattezze filosofiche, è anche stramaledettamente pratico: come suggeritomi da qualche serio giornalista, leggendone il pensiero: chi ha il potere non deve essere ricattabile; egli, per gli incarichi che ricopre puo’ essere, ad esempio, riferimento dei servizi segreti, insomma tutto ciò che lo riguarda, istituzionalmente parlando, riguarda la nostra sicurezza, la sicurezza nazionale. Per questo non deve essere una persona ricattabile…

Ma per non esserlo, bisogna inseguire la trasparenza vera, e non solo l’impunità costruita per legge…


Diego

domenica 14 giugno 2009

FREEBLOGGER

Ciao a tutti,

dopo un bel po' di tempo, torno a scrivere...

E' un momento difficilissimo, pericoloso per la nostra democrazia...

Il governo ha imposto la fiducia alla Camera sul disegno di legge sulla sicurezza...

Il termine "sicurezza", a mio avviso, è improprio, inadeguato, fuorviante...

Non c'è nulla che riguardi veramente la nostra sicurezza.

Vi riporto a proposito tre elementi che potranno meglio chiarirVi il perchè delle mie idee.

 

Per spiegare meglio rimanderò ad alcuni link...

 

Buona lettura e, buona riflessione:

 

1 - L'emendamento approvato sulle intercettazioni, strumento principe per garantire la NOSTRA SICUREZZA, di fatto rese impossibili. Nonchè l'affossamento della libera informazione e del diritto sancito dalla Costituzione alla pubblica opinione:

 

Vi riporto tre link:

- Intervista al procuratore aggiunto a Milano, Spataro:"Sarà impossibile salvare vite umane e tanti omicidi resteranno irrisolti" http://www.repubblica.it/2009/06/sezioni/politica/ddl-sicurezza-6/spataro-intervista/spataro-intervista.html

 

- Link all'appello de "La Repubblica"  contro l'emendamento in questione (io, naturlamente, ho firmato) http://www.repubblica.it/speciale/2009/appelli/dovere-di-informare/index.html

 

- Le dichiarazioni importanti del nostro Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: http://www.repubblica.it/2009/06/sezioni/politica/ddl-sicurezza-6/napolitano-stampa/napolitano-stampa.html

 

2 - Nello stesso disegno di legge, è contenuta quella che possiamo definire la “morte della libera espressione in Rete” praticamente la orrenda disincentivazione ad usare internet per far circolare le informazioni.

Migliori informazioni al link: http://punto-informatico.it/2641517/PI/Commenti/chiuso-rettifica.aspx

A contrastare tutto ciò, il sito di BeppeGrillo ha creato l’iniziativa FREEBLOGGER (da cui il titolo del presente post), a cui ho aderito mandando una mia foto che vi posto.

 

3 – In ultimo, le ronde, che “dovrebbero” garantire la nostra sicurezza, sfido chiunque ad affermare che quanto contenuto nell’articolo a cui vi rimando, ci debba far sentire sicuri…(sono veramente preoccupato). http://www.repubblica.it/2009/06/sezioni/politica/ddl-sicurezza-6/indagine-ronde-nere/indagine-ronde-nere.html

 

Prego ognuno di noi, nel proprio piccolo di coltivare un minimo di attenzione sociale, prima che sia troppo tardi…

 Vi prego di diffondere

 Grazie

 Ciao

 Diego

lunedì 23 febbraio 2009

Sintesi e Cittadinanza - n° 4 - 23/02/2009

Leggendo un po’ mi sono imbattuto in un esempio di osservazione, la condizione emblematica di ogni viaggiatore. Montesquieau utilizzò l’esperienza di due turisti di ritorno dall’oriente per specificare l’influenza del clima asiatico sulla condizione giuridica-istituzionale di quei luoghi. I viaggiatori, al ritorno, giunsero alla conclusione che il clima caldo, rendendo gli uomini del posto indolenti e destinati alla “mollezza”, trasformava il luogo in fucina del dispotismo. Il messaggio era quello di considerare i fatti giuridici lungi dall’essere pienamente risultato del libero arbitrio, ma toccati anche, e in relazione, da fatti extragiuridici: quali clima, in questo caso, ma non solo.

Da cittadino-osservatore ho posto l’eventualità che la deriva verticistica, eccessivamente leaderistica, che il nostro paese vive, oserei dire una venerativa attesa e pretesa nei confronti di un solo uomo o di un gruppo ristretto, derivi anche (prendendo in prestito l’esempio di Montesquieau) da una condizione extragiuridica di “demandamento” intellettivo.

Un popolo (con le dovute eccezioni, ovvio), continuamente bombardato da una distorta comunicazione della realtà (a beneficio di una “immagine” della realtà), smette di essere cittadino “consapevole-maturo” incominciando ad essere “tifoso”. Tifoso venerante l’oggetto destinatario della natura del suo essere: la squadra, e ad essa delegante ogni sua necessità.

Non avendo coltivato gli strumenti di critica intellettualmente validi, per suo dolo, ma anche per forzatura “d’ambiente”, egli, ripeto, “demanda”, lasciando che le sue espressioni siano al più sussulti emotivamente forti, con il pericolo, in alcune circostanze, di reazioni rozze e pericolose quando tragicamente “semplificatrici”.

L’eccessiva verticizzazione-oligarchica delle decisioni e delle comunicazioni, azzerate di fatto le prerogative del parlamento e, messa in forte crisi la libertà di informazione e il diritto di pubblica opinione (ricorsi continui alla decretazione d’urgenza; i numerosi conflitti d’interesse del premier che, nonostante, decide e decide; la pubblicità; gli organi di informazione; la stretta incredibile sulle intercettazioni, l’oscurantismo circa la libertà dei giornalisti; ecc.), sono il risultato sia di una scelta degli stessi “oligarchi” eletti dal popolo, ma anche basata sulla consapevolezza che il popolo ha “demandato” (sentiamo spesso i politici dire “il popolo ci ha dato un mandato preciso”), un mantra “assolutorio a prescindere” di ogni azione intrapresa che attesta la certificazione di “oligarchia”.

Tutto ciò consente la manipolazione delle nostre aspettative e delle nostre pretese nei confronti di chi ci governa, nonché la nostra percezione della realtà. Chi è al potere, dal canto suo, può di conseguenza pensare più all’immagine di sé che alla sostanza di sé. Pensasse più a quest’ultima, si porrebbe necessariamente nella più difficile condizione di considerare maggiormente le proprie responsabilità.

Invece, l’immagine di sé, deresponsabilizza le proprie azioni e al contempo fa “sembrare” responsabili.

Un esempio corrente?

Le ronde.

In uno Stato di diritto la garanzia della sicurezza è, e deve essere, prerogativa dello Stato stesso (lo Stato, in quanto rappresentazione di tutti i cittadini – Art. 1 della Costituzione Italiana). E’ una conformazione che tutela al meglio ogni aspetto sulla bilancia delle garanzie.

Stabilire per legge (articolo 6 dell’attuale decreto sulla sicurezza del governo) che i cittadini possono associarsi per “un piano straordinario di controllo sul territorio”, produce, a mio avviso: delegittimazione, frustrazione delle forze dell’ordine; allontanamento di fatto del senso di appartenenza e di fiducia nei confronti dello Stato come garante dei diritti inviolabili della persona; pericolose percezioni di “legittimità” dell’azione persecutoria ad opera delle “ronde” verso non già i colpevoli, ma verso chi gli è “affine” (per colore della pelle, per orientamento sessuale, per diversa professione di fede, ecc.).

Berlusconi, pur affrettandosi a dichiarare i reati come in diminuzione (altrimenti il “viso” del suo governo, risulterebbe meno appetibile), giustifica il ricorso a tale “strumento” come la necessità di rispondere alla grande furia collettiva che i tragici ultimi eventi hanno alimentato. Ecco l’immagine, quando bisognerebbe far fronte alla domanda di sicurezza con quanto già disponibile in democrazia.

“Ma il territorio non è vigilato”, mi si obietterebbe. Risposta: condivido. Ma un governo, che ha tagliato la spesa destinata alle forze dell’ordine, impedendone l’operatività, ricorrendo ad un provvedimento del genere mischia ancora una volta la “realtà-responsabilizzante” con l’ “immagine-rassicurante”.

In questo caso, lo Stato, per il tramite dei suoi rappresentanti più elevati, “demanda” al “demandante” (il cittadino – tifoso) ciò che è suo preciso dovere garantire.

“Ma chi sarà impegnato nelle ronde lo farà per la “giustizia””; anche questo mi si potrebbe obiettare.

Ma un cittadino abituato a “demandare”, sarà con più facilità, nell’atto di giudicare, dominato dai suoi istinti di “tifoso” o permeato dai valori di un cittadino giusto?

La responsabilizzazione di tutti noi cittadini, lo studio, l’attenzione matura, piuttosto che essere un mero esercizio intellettuale, rappresenta l’unica incalzante vigilanza che ci possa riportare a parlare della “realtà” e non dell’ “immagine di essa”, obbligando chi ci governa ad assumere gli atteggiamenti più consoni a rispondere ad una legittima esigenza di ognuno circa la domanda sicurezza.

Che quest’ultima sia portata al centro dell’attenzione. Ma nei modi opportuni. Per il bene di tutti.

  Diego Fanelli

venerdì 20 febbraio 2009

Sintesi e Cittadinanza - n° 3 - 20/02/2009

Qualche volta mi chiedo come morirò…

E tutte le volte mi dico: “ma come puoi darti una risposta?”

Tra l’altro mi sembra una cosa così crudele che la mia vita possa spegnersi. Allora perché sono nato? Un senso di rabbia mi pervade, produce in me l’esigenza di cercare un “colpevole”. La natura? L’idea di me come un’associazione, seppur abbastanza strutturata, di un intruglio di elementi biologici mi disarma, ma quantomeno mi priva del cogliere una volontà creatrice cattiva; magari solo un’ironica sorte chimica…

Oppure un Dio?

Beh, considerando che allora sono nato per poi morire, sinceramente, mi inizierebbe a montare un certo fastidio all’idea di essere stato concepito per poi dover lasciare la mia esistenza, a Dio piacendo.

Allora sono incazzato con Dio?

No, nella misura in cui mi sento libero. Se discendo da una volontà divina, la consapevolezza che mi sia stata data la libertà, perfino di negare essa stessa (l’esistenza di Dio), mi suggerisce una certa serenità.

Insomma, sarebbe sul serio che questo Dio mi ha “donato”, “veramente”, “totalmente” la mia vita…

Questo dice la mia coscienza, la mia riflessione, la mia presenza a me stesso, mente-corpo.

E se perdessi tale peculiarità mentale?

Grandissima altra questione. Anche qui: “ma come puoi darti una risposta?”

Di fronte a tale disarmante domanda, io mi fermo, e aspirando ad una condotta vicina ad un Dio umano, che sento prossimo alla persona, cedo il passo alla libertà di ognuno.

Ieri (19/02/2009), in commissione Senato è passato il ddl Calabrò, il testamento biologico proposto dal governo di centrodestra e che ha purtroppo spaccato l’opposizione.

Dice, in sostanza, che io non sono libero di fornire, avendo la certezza che vengano rispettate, per me stesso, le indicazioni sul trattamento del mio corpo in previsione di una mia eventuale fine vita, in stato di incoscienza.

Si utilizza Dio per impedirmelo.

Ritengo, al contrario, che il dono vero di Dio, qualora esista, sia l’amore nella libertà concessami, estrema a tal punto da poter negare la sua stessa esistenza.

Perché la vera riflessione è quella fatta nella libertà.

Ognuno esponga le proprie idee, fecondi ogni pensiero. Accenda il dibattito. Ma tutto ciò alimenti il percorso della scelta, non diventi “la scelta” stessa.

Altrimenti, sotto l’espressione “dono di Dio”, può nascondersi la “possessione degli altri”, di questa mia vita, “indisponibile”.

Giudico (al contrario, di nuovo) “indisponibile” la mia vita, per la quale devo accettare “indisponibilmente”  il ciclo “vita-morte”.

Art. 32 della Costituzione: Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

                                                                       Diego Fanelli

giovedì 19 febbraio 2009

Sintesi e Cittadinanza - n°2 - 19/02/2009

Leggo oggi (19/02/2009) su La Repubblica un articolo di Alexander Stille. Offre una precisa analisi sulle motivazioni della noncuranza italiana (telegiornali e opinione pubblica) nel considerare privo d’interesse sociale la condanna dell’avvocato Mills. In primo grado, quest’uomo, è stato dichiarato colpevole di aver mentito per difendere gli interessi del suo corruttore. Tale corruttore sarebbe Silvio Berlusconi, nostro attuale Presidente del Consiglio.
Sembra non significare nulla. 
Leggo, sempre su La Repubblica, un breviario di Antonello Caporale, dove Ghedini (avvocato di Berlusconi) affermerebbe: “La condannda di Mills? E’ una cosa marginale e Berlusconi l’ha presa con disinteresse. Lui è impegnato a governare.”
Cerco di studiare l’illuminismo in questi giorni. Condillac affermava che l’unica possibilità cognitiva dell’uomo è attraverso i sensi. Il movente di tale ricerca è il piacere, puro e semplice piacere.
Se è vero, come credo stramaledettamente, la strumentalizzazione della nostra riflessione sulla realtà è stata indirizzata a renderci indifferenti. Il nostro piacere, movente della riflessione tramite ciò che ormai abbiamo accettato essere l’oggetto della nostra unica ricerca cognitiva, quale è la televisione (vista e udito, due sensi), è diventato non già nostro diletto, ma strumento in mano ai potenti destinato alla nostra narcosi civile.
L’articolo di Alexander Stille termina, infatti, con una frase attribuita a Berlusconi, sembrerebbe conferita a Dell’Utri: “Non capisci che se qualcosa non passa in televisione non esiste? E questo vale per i prodotti, i politici e le idee”. 
Forse è per questo che in tv la stragrande maggioranza delle cose è spazzatura. Utile a trasformare un cittadino in consumatore di porcherie.
Diego Fanelli

mercoledì 18 febbraio 2009

Sintesi e Cittadinanza - n°1 - 18/02/2009 (mie riflessioni sul corrente)

Lo stupro. Delitto barbarico, il più ignobile.
E' immenso il desiderio di giustizia, accompagnato da quello di sicurezza. I colpevoli devono essere scovati. Lo diciamo giustamente tutti.
Come? Con i mezzi più opportuni, ovvio.
Fra un po', potrebbe non essere più possibile farlo ricorrendo ad uno degli strumenti più efficaci: l'intercettazione.
Se passerà il disegno di legge in discussione, la richiesta d'intercettazione potrà essere istanziata solo in caso di "gravi indizi di colpevolezza", impedendo di fatto la necessaria azione investigativa in casi del genere e non solo.
Eppure, se mi guardo intorno, il governo sbandiera la volontà di incrementare le leggi che aumenterebbero la sicurezza, con rimedi in alcuni casi pericolosamente illegittimi.
Da cittadino allora mi chiedo: perché quindi la resistenza sulle intercettazioni? Sarebbero invece da incoraggiare; certo, correggendo atteggiamenti di improprio utilizzo.
Allora, perché questa contraddizione?
La mia risposta: avere al governo chi ha forse troppi segreti è un male per tutti i cittadini.
E' di queste ore, la notizia della condanna in primo grado dell'avvocato Mills. Il nostro, è stato dichiarato colpevole per essere stato corrotto a dichiarare il falso davanti ad un tribunale.
Chi era il corruttore? Silvio Berlusconi, nostro attuale Presidente del Consiglio.
Certo, stiamo parlando di primo grado di giudizio, e nel nostro ordinamento garantista, c'è sempre la presunzione d'innocenza fino all'ultimo grado.
Ma sapete perché non figura anche la condanna a Silvio Berlusconi? Perché quest'ultimo NON può essere processato.
E' immune.
La sua immunità, è decretata da una cosa che si chiama "Lodo Alfano", in vigore da Luglio 2008.
Ma in democrazia, se uno si sente innocente, perché deve aver paura di essere processato?
Qualcuno mi dirà: ma cosa me ne frega, fatti suoi...
Sono solo fatti suoi? Veramente?
Non notate un legame neanche tanto sottile, un unico filo conduttore che lega la volontà di risolvere il pericolo di vedersi condannato davanti ai cittadini (lodo Alfano), con la volontà di eliminare il più possibile le occasioni di persecuzione penale nonché ogni possibile pubblica opinione che non sia di osanna? (rendere difficili le intercettazioni)?
Insomma, i "fatti" di uno solo, diventano influenza pesante, negativa, nelle nostre vite...
Ah, a proposito: Art. 3 della Costituzione Italiana: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono UGUALI davanti alla legge...
Ma è sempre così?...
Diego Fanelli

mercoledì 11 febbraio 2009

La strada di Oxford…(Parte 2)

RACCONTO

 

-ma lui può tornare?….- Esclamò il bambino impaurito.

-no, non può tornare.

-sicuro?

-no, non può tornare – ripeté, rassicurante.

Il bimbo faceva sempre un gesto automatico, ogni volta che doveva pensare velocemente: passava il palmo della mano sui suoi capelli biondi.

La sua mamma lo stava guardando.

Era come se il bimbo percepisse che la sua mamma lo proteggeva. Non sapeva da cosa, non ne aveva la minima idea, ma era fiducioso di non poter avere miglior tutela. Quella fragile e forte di un corpo dal cuore malato.

-Ascoltiamo il suono?

Il bimbo sorrideva piano piano, era l’unica cosa a cui non riusciva a resistere: il suono della mamma…

Il suono di lei lo accompagnava da sempre, anche nei giorni in cui la pioggia cadeva lungo la finestra della camera nella quale lei lo difendeva.

Sin da quando era nato, quel suono lo proteggeva piano, dolcemente…ma con decisione.

-mamma, cosa è stato?

Non preoccuparti, gli rispondeva. Ma adesso non era convincente. Lei avrebbe voluto evitargli quella tensione, ma era impossibile, il bambino la guardava e cominciava a tremare.

-stai tranquillo, amore…

-mamma, avevi detto che non sarebbe più arrivato…

-si, lo so…

Il suo viso era fortemente provato. Il suo suono era più acuto. Il suono di mamma era accelerato adesso.

-mi raccomando, tu stai tranquillo, che tutto passa…

Era quello il momento più brutto…

Forse fu in quella occasione che fece i conti con la pioggia. Non sapeva cosa fosse veramente. Che qualcuno si divertisse a rigare la finestra della camera da letto? E chi poi? Cosa?

-mamma, vuoi dormire un po’?...

La mamma sorrise, stupita della capacità empatica del figlio.

-si, forse è meglio, devo dormire un poco…

Voleva aiutare la sua mamma.

E iniziò dalla prima cosa gli sembrò giusta.

Si avvicinò alla finestra.

La pioggia…forse fu la prima volta che la vide veramente…

Quasi nessuno vede la pioggia per bene, solo i piccoli allarmati riescono a rivelarla.

-lo sai che mia madre poi deve pulire tutto?

La sua mano si posò sulla finestra. Voleva avere un contatto con la pioggia, dirle di smetterla, la mamma ora non poteva asciugarla. Ma tra lui e la pioggia c’era il vetro.

Che strano, pensò, riesco a vederla, riesco a distinguere ogni suo movimento sulla finestra, eppure non riesco a toccarla. Percepì cosa volesse dire guardare, vedere, distinguere, conoscere, ma non poter intervenire…

Tra lui e la pioggia c’era il vetro: tra sua madre e lui, c’era il cuore…

-lo sai che mia madre poi deve pulire tutto? – ripeté alla pioggia sul vetro…

La guardò intensamente.

Poi si voltò verso sua madre. Sul letto i piedi erano immobili, li poteva vedere creare il classico sollevamento della coperta.

Il suono della mamma continuava ad essere percepito.

Si avvicinò.

La svegliò con il semplice cammino. Fu un po’ egoista, ma per i bambini questo è un po’ l’amore per la mamma.

-mamma, ma adesso lui viene?

-no, non verrà più…

Quando disse queste parole, la tosse della donna annebbiò il sonoro del suono e lui credette di non poterlo mai più sentire…

Per un attimo, si sentì perso…per il tempo di una tosse.

-mamma!...

La chiamò per sincerarsi che lei fosse ancora lì…

Lei sorrise…

-cosa ti dico sempre? – gli chiese.

Lui la guardò. Era fermo, e i suoi piedi erano vicino al suo letto. Le scarpe una sopra l’altra, in una posizione che solo i bambini possono assumere, rimanendo allo stesso tempo seri e giocosi: una delle due scarpe si aggiungeva all’altra ed era poggiata ad essa lateralmente, descrivendo un angolo di circa 45 gradi prendendo a timone la parte interna della suola.

Chiunque davanti ad una donna morente avrebbe messo le proprie scarpe belle dritte, aderenti al pavimento. Senza nient’altro che quella postura. Il bambino invece riusciva ad essere tremendamente triste e allo stesso tempo desideroso di sorridere con lei…

Erano le scarpe a renderlo tale, la loro postura ai piedi del letto di sua madre.

La notte stava arrivando…

Fuori un lampione aveva cessato di fare luce.

Mentre un altro si permetteva di continuare a sopravvivere.

Anche in quella casa c’erano due lumi: una donna che stava per spegnersi, e un bambino che si permetteva di sopravvivere…

-perché sei sicura che lui non verrà?...

-non può arrivare…

Il bambino si mangiucchiava le labbra, mentre assaporava la possibilità di crederle.

-non sei convinto? – gli chiese, ancora.

Le sue scarpe stavano ancora dondolando una sull’altra. Cercava di capire se era il caso di essere seri.

La scarpa si abbassò fino a toccare terra, fece rumore. La mamma lo percepì. E le piaceva sapere che suo figlio stesse ancora giocando…

Il bambino si passò la mano tra i capelli…

-allora, sei convinto? – chiese di nuovo la mamma, questa volta ancora più premurosa di conoscere il risultato della domanda.

Il bambino portò le sue mani al petto, incrociandole.

Sembrò ponderare bene le parole. Prima di dire…

-solo se mi dici una cosa…

La sua mamma sorrise.

-va bene, ti ascolto…

-da dove viene la pioggia?...

Lo guardò intensamente.

-Facciamo il nostro solito gioco? – rispose sua madre.

L’intesa era scattata, come ogni volta. Anche quando tutto era triste. Anche in quel caso il loro amore, ciò che alimentava quell’indissolubile intesa, si fece strada tramite il gioco…

Le scarpe del bambino vestivano per bene quell’abito di complicità…

-vado a prendere il foglio, mamma?

Il viso del piccolo s’illuminò. Un sorriso straordinario, una volontà forte riuscì a far indietreggiare la morte per qualche minuto…

-mamma, l’ho preso…

Lei lo aspettava, sempre immobile.

Nel letto. Nel momento dell’addio.

Lei stava giocando, e sapeva che il figlio le avrebbe chiesto ciò che stava attendendo impaziente di poter dire…ma per poterlo fare, la mamma doveva attendere, e far finta di essersi dimenticata…

Gli occhi del piccolo guardavano quelli della mamma.

Gli occhi della mamma guardavano quelli del piccolo.

Gli occhi del piccolo, gli occhi della mamma.

Gli occhi della mamma, gli occhi del piccolo.

-mamma, devi dirmi la frase…

Ecco, questo lui aspettava di poter dire. Il gioco, necessita dei suoi rituali.

-va bene, allora…

E qui lei tossì, di nuovo…

Lui riprovò la sensazione dell’assenza del suono della mamma. La tosse lo aveva coperto, ancora.

Lui la guardò completamente bloccato, ebbe la paura dentro.

Poi lei smise di tossire. Il suono riprese a farsi sentire.

Lei sorrise…

Lui anche, ma l’emozione forte, fece spalancargli le porte della coscienza e degli anni…

-prendi un foglio bianco… - disse lei, era la frase di risposta, sempre uguale, tanto attesa.

-perché bianco, mamma? – era la rituale risposta.

-perché devo poter immaginare…

Le costò molto muovere le mani, mettersi seduta sul letto, guardarlo negli occhi...

-ti serve una matita, mamma?

Come era bello suo figlio. E come era nuova quella frase ogni volta che lo diceva.

Lui gliela porgeva.

Lei la prese.

-da dove viene la pioggia?...

Le ripeté la domanda del gioco.

Sua madre utilizzò la matita sul foglio bianco…

Lui, come da regola, non guardò.

La mamma chiuse il foglio piegandolo in quattro e glielo porse…

Gli occhi del piccolo guardavano quelli della mamma.

Gli occhi della mamma guardavano quelli del piccolo.

Gli occhi del piccolo, gli occhi della mamma.

Gli occhi della mamma, gli occhi del piccolo.

-mamma?... – disse flebilmente il bambino

Lei non aveva quasi più la forza.

-amore mio, vieni…

Il piccolo, divenuto improvvisamente un ometto, si avvicinò e con lo stupore di sua mamma, disse…

-mi hai detto che non sarebbe più arrivato…

Disse risentito.

-e infatti non arriverà…

Il piccolo si passò una mano tra i capelli. Guardò il lampione che dalla finestra si vedeva spento, guardò fortemente la pioggia…

-a differenza di come facciamo sempre, questo lo dovrai leggere solo quando non mi crederai più…

-ma io ti crederò sempre, mamma…

-ti fidi di quello che ti ho detto? – quasi lo interruppe, come se stesse dicendo l’ultima cosa che potesse dire…

Il bimbo, si ripassò la mano tra i capelli biondi…

-si…

E la madre gli porse il foglietto piegato.

Il piccolo lo prese.

Sua mamma lo baciò sulla fronte…

Gli occhi del piccolo guardavano quelli della mamma.

Gli occhi della mamma guardavano quelli del piccolo.

Gli occhi del piccolo, gli occhi della mamma.

Gli occhi della mamma, gli occhi del piccolo.

 

E il suono della mamma.

E gli occhi della mamma.

E il suono, ora più lento, della mamma.

E il sorriso della mamma.

E il suono, ancora più lento, della mamma

 

E poi la pioggia…

 

E il suono della valvola del cuore della mamma che smetteva di fare il suo classico “tic-tic”, il ritmo della sua vita…

 

Il suono del cuore della mamma, spariva…

 

Nella pioggia…

 

Il bimbo pensò: - è arrivato…

 

L’addio…

 

E poi, infine, e ancora, la pioggia…

 

 

Diego Fanelli (Fine Parte 2)

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