martedì 15 novembre 2005

Il giudizio

Quando mi sono trovato in difficoltà nella mia vita, e in momenti delicati, ho capito che la cosa più brutta non era tanto quello, che in sé, stessi vivendo; ma il giudizio.

Al giudizio si può più o meno facilmente rispondere in una situazione di confronto, di contrasto: ci si pone davanti al giudicante, lo si guarda negli occhi e, consapevoli di noi stessi, gli si dice: “Senti, ma che cavolo stai dicendo, io non sono così!” e giù con le spiegazioni.

Ma quando non si è perfettamente consapevoli, e sfido chiunque ad esserlo in determinati momenti, come si reagisce?

Insomma, ci sono momenti dove le cose non si comprendono, dove il coinvolgimento emotivo è talmente forte che non si riesce ad attingere a nessuna spiegazione, a niente che possa finalmente fornire una soluzione a tutto: a noi stessi, agli altri, a chi ci giudica.

Una situazione psicologica delicata ingigantisce tutto ciò che ci sta intorno, i nostri movimenti risultano più enfatici, le risposte inadatte, sembrano cariche di errori e di orrori…una spirale dalla quale è difficile uscire fuori senza il bisogno di un aiuto.

E’ proprio questo “ingrandimento delle cose”, la causa che mi faceva, e certe volte fa tuttora, avere paura di essere giudicato.

E’ una situazione dove l’emotività ti allontana dalla realtà immediatamente tangibile e ti fa approdare al grido massimo delle istanze dell’anima: il ricorso (alle volte furioso) ad un aiuto superiore.

Che sarà Dio, che sarà l’intangibile, che sarà chi volete.

Ci si rimette a lui. Ci si rivolge “all’inafferrabile desiderio di essere aiutato”, nella propria infinita impotenza, da ciò che vediamo essere l’unico possibile risolutore comparativamente a quest’ultima.

Badiamo bene, non è l’ammissione incondizionata della esistenza di un Dio, bensì la speranza della propria salvezza, della propria “uscita” dalla situazione.

Inizio a lavorare di empatia, cerco di capire se il mio ragionamento è corretto sotto tutti i punti di vista.

Mi metto dalla parte della Chiesa, mi metto dalla parte degli atei, mi metto dalla parte dei laici…

Mi sembra che vada tutto bene.

E poi, “mi ritorno in mente io stesso”, la mia fragilità in momenti così forti e la voglia di non essere giudicato, ma riconosciuto.

Non voglio molto impelagarmi in discussioni sulla opportunità della Chiesa o meno di entrare nel dibattito sulle decisioni che ricadono sulla vita di ognuno; è un fatto sul quale mi interrogo continuamente.

Voglio solo dire, ad entrambe le parti in causa: chiesa e non-chiesa (mi sia consentita l’antitesi) di non dimenticare l’importanza dei toni, e la loro capacità di tagliare l’anima in pena per una condizione sulla quale questa si scervella, sulla quale sicuramente soffre.

Perché anche chi abortirà è un essere umano, anche un omosessuale è un essere umano, anche io sono un essere umano: persone che, come chiunque, pervase dalla delicatezza psicologica di un momento, non vorranno certo sentirsi perseguitati, oltre che dalla propria coscienza e da quella collettiva, perfino da Dio, “l’inafferrabile” al quale credo che invece si siano rivolte.

E non è un bel provare.

Poi si può discutere di tutto: in una discussione ci sono i locutori (in genere estranei, emotivamente) e gli ascoltatori (qualche volta coinvolti, emotivamente) e tra questi c’è anche chi non crede.

E credo che Dio, se esiste, guardi anche a questi ultimi con tenerezza.

Così come a tutti.


 Diego Fanelli

(già pubblicato sul sito CentoPassi nel 2005)

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