Camminava. Una signora prendeva in braccio il proprio piccolo; la ragazza abbracciava il suo ragazzo innamorato, gli porgeva le sue labbra dolci, scansanti equivoci…
Prese un panino.
-vuole anche da bere?
-no, grazie.
Il negoziante guardò male, si disse che ce n’erano di spilorci in giro.
Una trovata che prendeva la sua mente quando voleva evitare di sentire gli occhi degli altri addosso, quando “doveva” evitare di sentire troppo il respiro degli altri addosso; era quello di far finta di essere al “cinema”.
Aveva preso questa consuetudine: di comprarsi dei biglietti “virtuali”, non appena uscita dal suo portone, alla biglietteria dell’uscio. Quando era per strada, infatti, invece di sentire gli occhi addosso, poneva i suoi per terra, su di uno schermo silenzioso: la strada.
Qualcuno in televisione (si sentiva da un venditore ambulante di “Kebab”), diceva, interpellato da un giornalista, che “si deve smettere con questi “diversi”!!!...”.
Qualcuno continuava a fissare.
Qualche padre aveva appena finito di accompagnare i propri figlioletti all’asilo nido, e non disdegnò di guardare.
Qualcuno alla finestra stava guardando il panorama.
Finalmente vide la porta.
La aprì.
Entrò.
-per il colloquio? – chiese all’usciere, con cortesia, ad attendere indicazioni.
-da quella parte.
Questi non alzò lo sguardo, impose il dito nella direzione e continuò a leggere il suo giornale sportivo: aveva le squadre da preparare per il fantacalcio ed era indeciso su diversi giocatori.
Quando salì le scale, come da consigli, si trovò davanti un’altra porta…
-prego.
La segretaria con voce tranquilla invitava a sentirsi a proprio agio e offrì una sedia.
Timidezza, tensione: contrasti volontari con la delusione che sperava di non portarsi a casa.
Che fosse la volta buona?
La segretaria leggeva il giornale adesso. Sembrava un quotidiano locale: in prima pagina c’era scritto qualcosa, si avvicinò per leggere, ma…
-prego…
Si alzò, il cuore martellava per il sobbalzo. La dimenticanza aveva quasi soppiantato l’appuntamento per via del giornale.
…
Quando accavallò le gambe, coperte ragionevolmente, il signor X gliele adocchiò comunque, tirando un sospiro di apprezzamento, lanciando un secondo sguardo alla moglie…che era solo in fotografia.
E tirò un altro sospiro di sollievo.
-Allora, anzitutto buongiorno, vedo che è una bellissima ragazza…–, esordì, -… il che non guasta perché il lavoro di segretaria richiede una “certa” presenza, ma qui vedo che non ci sono problemi…
-la ringrazio del complimento, io comunque ho fatto un corso di…
-benissimo, benissimo
Pensò che non aveva finito di parlare. Che gli andasse così a genio?
I talloni urtarono un po’ le gambe della sedia: il risultato della tensione e le sue gambe che si ritraevano di conseguenza.
-Senta, ho portato anche l’attestato di conseguimento della patente europea del computer…
-va benissimo non si preoccupi – gesticolava in senso di diniego affettuoso e di fiducia ormai acquisita.
Nel silenzio che era conseguito, l’impressione della troppa facilità di proscioglimento della decisione la costrinse a dover riprovare a spiegare, a chiedere di essere messa alla prova.
Era per rassicurarsi di non aver inteso male. Non le sembrava vero, -ci sarà un ulteriore colloquio?-.
-mi dia la carta d’identità, per cortesia.
La carta d’identità cosa c’entrava? Ma nello sbigottimento e nella mancanza di comprensione delle intenzioni, aprì la borsa e tirò fuori il portafogli.
La fotografia della mamma e del padre stava ad indicarle la posizione della tessera di riconoscimento.
-tenga-, disse cordialmente.
L’uomo la lesse. Si alzò. Il signor X prese, dopo qualche passo, il cassetto superiore della macchina fotocopiatrice e lo sollevò in alto. Inserì quanto impugnava e lo abbassò.
Il rumore del rullo passava luminosamente da sinistra a destra del signor X.
Fece la fotocopia.
Schiacciò l’interfono una volta seduto.
- Maria – disse, era la segretaria “del giornale”, – per cortesia, venga di qua, le darò fotocopia della tessera di riconoscimento della signorina per l’inserimento dei suoi dati nel database e per i rituali burocratici dell’assunzione.
…
Quando tirò dietro la porta di casa sua, esclamò ad alta voce con le lacrime…
-Finalmente!
Ricordava le sofferenze patite.
Congetturava su una probabile vita futura suffragata da un impiego.
Vide le bollette sparse sul tavolo che intimavano il pagamento. Si disse che stavolta le avrebbe pagate.
Quando finalmente si stese sul letto, prima di abbandonarsi a degno riposo, andò in bagno.
Si guardò allo specchio.
Si fissò gli occhi. Poi si fissò “negli” occhi: si vide dentro come, purtroppo, solo lei poteva fare.
Poi ritornò verso il letto e istintivamente aprì il comodino.
C’erano delle carte.
Lesse il contenuto con l’aria di chi ne conosceva le caratteristiche. A menadito. Lette e rilette una marea di volte.
Pensate e ripensate una marea di volte.
Rifiuti e rifiuti una marea di volte.
Un attimo di panico…corse di nuovo in bagno, si riguardò allo specchio. Si riconosceva: era sempre lei, Giulia.
Si riportò davanti agli occhi le carte che aveva conservato nel pugno…
Era la sentenza del cambiamento di nome.
C’era scritto che era, un tempo ancora molto recente, Paolo.
Un piccolo brivido le corse lungo la schiena, era anche a causa di questo che navigava tra i debiti.
Pensieri: l’assunzione, lo sguardo languido e impertinente del signor X, gli sguardi languidi e poi schifati di tanti altri signor X, quando, terminando di guardarle le cosce scolpite si vedevano di fronte alla tessera d’identità di Paolo…
…lo sguardo diverso del signor X di oggi di fronte alla tessera d’identità di Giulia…
Si guardò ancora davanti allo specchio.
Si riconobbe di nuovo. Tra Paolo e Giulia non c’era differenza, quella che invece c’era tra “loro due” e il mondo intero.
Ma adesso ce l’aveva fatta.
Si mise al computer, prima di coricarsi.
Terminò di lavorare alla stesura di uno script: comandava l’apertura di una pop-up d’informazione sul sito che aveva quasi finito di creare.
Un sito aperto al confronto e alla ricerca di emancipazione sociale.
Ma pareva bastassero un paio di gambe e la coerenza, col genere sessuale, del nome…
A quando mai più?
Diego Fanelli
(racconto già pubblicato sul sito CentoPassi nel 2005)
Nessun commento:
Posta un commento