RACCONTO
-ma lui può tornare?….- Esclamò il bambino impaurito.
-no, non può tornare.
-sicuro?
-no, non può tornare – ripeté, rassicurante.
Il bimbo faceva sempre un gesto automatico, ogni volta che doveva pensare velocemente: passava il palmo della mano sui suoi capelli biondi.
La sua mamma lo stava guardando.
Era come se il bimbo percepisse che la sua mamma lo proteggeva. Non sapeva da cosa, non ne aveva la minima idea, ma era fiducioso di non poter avere miglior tutela. Quella fragile e forte di un corpo dal cuore malato.
-Ascoltiamo il suono?
Il bimbo sorrideva piano piano, era l’unica cosa a cui non riusciva a resistere: il suono della mamma…
Il suono di lei lo accompagnava da sempre, anche nei giorni in cui la pioggia cadeva lungo la finestra della camera nella quale lei lo difendeva.
Sin da quando era nato, quel suono lo proteggeva piano, dolcemente…ma con decisione.
-mamma, cosa è stato?
Non preoccuparti, gli rispondeva. Ma adesso non era convincente. Lei avrebbe voluto evitargli quella tensione, ma era impossibile, il bambino la guardava e cominciava a tremare.
-stai tranquillo, amore…
-mamma, avevi detto che non sarebbe più arrivato…
-si, lo so…
Il suo viso era fortemente provato. Il suo suono era più acuto. Il suono di mamma era accelerato adesso.
-mi raccomando, tu stai tranquillo, che tutto passa…
Era quello il momento più brutto…
Forse fu in quella occasione che fece i conti con la pioggia. Non sapeva cosa fosse veramente. Che qualcuno si divertisse a rigare la finestra della camera da letto? E chi poi? Cosa?
-mamma, vuoi dormire un po’?...
La mamma sorrise, stupita della capacità empatica del figlio.
-si, forse è meglio, devo dormire un poco…
Voleva aiutare la sua mamma.
E iniziò dalla prima cosa gli sembrò giusta.
Si avvicinò alla finestra.
La pioggia…forse fu la prima volta che la vide veramente…
Quasi nessuno vede la pioggia per bene, solo i piccoli allarmati riescono a rivelarla.
-lo sai che mia madre poi deve pulire tutto?
La sua mano si posò sulla finestra. Voleva avere un contatto con la pioggia, dirle di smetterla, la mamma ora non poteva asciugarla. Ma tra lui e la pioggia c’era il vetro.
Che strano, pensò, riesco a vederla, riesco a distinguere ogni suo movimento sulla finestra, eppure non riesco a toccarla. Percepì cosa volesse dire guardare, vedere, distinguere, conoscere, ma non poter intervenire…
Tra lui e la pioggia c’era il vetro: tra sua madre e lui, c’era il cuore…
-lo sai che mia madre poi deve pulire tutto? – ripeté alla pioggia sul vetro…
La guardò intensamente.
Poi si voltò verso sua madre. Sul letto i piedi erano immobili, li poteva vedere creare il classico sollevamento della coperta.
Il suono della mamma continuava ad essere percepito.
Si avvicinò.
La svegliò con il semplice cammino. Fu un po’ egoista, ma per i bambini questo è un po’ l’amore per la mamma.
-mamma, ma adesso lui viene?
-no, non verrà più…
Quando disse queste parole, la tosse della donna annebbiò il sonoro del suono e lui credette di non poterlo mai più sentire…
Per un attimo, si sentì perso…per il tempo di una tosse.
-mamma!...
La chiamò per sincerarsi che lei fosse ancora lì…
Lei sorrise…
-cosa ti dico sempre? – gli chiese.
Lui la guardò. Era fermo, e i suoi piedi erano vicino al suo letto. Le scarpe una sopra l’altra, in una posizione che solo i bambini possono assumere, rimanendo allo stesso tempo seri e giocosi: una delle due scarpe si aggiungeva all’altra ed era poggiata ad essa lateralmente, descrivendo un angolo di circa 45 gradi prendendo a timone la parte interna della suola.
Chiunque davanti ad una donna morente avrebbe messo le proprie scarpe belle dritte, aderenti al pavimento. Senza nient’altro che quella postura. Il bambino invece riusciva ad essere tremendamente triste e allo stesso tempo desideroso di sorridere con lei…
Erano le scarpe a renderlo tale, la loro postura ai piedi del letto di sua madre.
La notte stava arrivando…
Fuori un lampione aveva cessato di fare luce.
Mentre un altro si permetteva di continuare a sopravvivere.
Anche in quella casa c’erano due lumi: una donna che stava per spegnersi, e un bambino che si permetteva di sopravvivere…
-perché sei sicura che lui non verrà?...
-non può arrivare…
Il bambino si mangiucchiava le labbra, mentre assaporava la possibilità di crederle.
-non sei convinto? – gli chiese, ancora.
Le sue scarpe stavano ancora dondolando una sull’altra. Cercava di capire se era il caso di essere seri.
La scarpa si abbassò fino a toccare terra, fece rumore. La mamma lo percepì. E le piaceva sapere che suo figlio stesse ancora giocando…
Il bambino si passò la mano tra i capelli…
-allora, sei convinto? – chiese di nuovo la mamma, questa volta ancora più premurosa di conoscere il risultato della domanda.
Il bambino portò le sue mani al petto, incrociandole.
Sembrò ponderare bene le parole. Prima di dire…
-solo se mi dici una cosa…
La sua mamma sorrise.
-va bene, ti ascolto…
-da dove viene la pioggia?...
Lo guardò intensamente.
-Facciamo il nostro solito gioco? – rispose sua madre.
L’intesa era scattata, come ogni volta. Anche quando tutto era triste. Anche in quel caso il loro amore, ciò che alimentava quell’indissolubile intesa, si fece strada tramite il gioco…
Le scarpe del bambino vestivano per bene quell’abito di complicità…
-vado a prendere il foglio, mamma?
Il viso del piccolo s’illuminò. Un sorriso straordinario, una volontà forte riuscì a far indietreggiare la morte per qualche minuto…
-mamma, l’ho preso…
Lei lo aspettava, sempre immobile.
Nel letto. Nel momento dell’addio.
Lei stava giocando, e sapeva che il figlio le avrebbe chiesto ciò che stava attendendo impaziente di poter dire…ma per poterlo fare, la mamma doveva attendere, e far finta di essersi dimenticata…
Gli occhi del piccolo guardavano quelli della mamma.
Gli occhi della mamma guardavano quelli del piccolo.
Gli occhi del piccolo, gli occhi della mamma.
Gli occhi della mamma, gli occhi del piccolo.
-mamma, devi dirmi la frase…
Ecco, questo lui aspettava di poter dire. Il gioco, necessita dei suoi rituali.
-va bene, allora…
E qui lei tossì, di nuovo…
Lui riprovò la sensazione dell’assenza del suono della mamma. La tosse lo aveva coperto, ancora.
Lui la guardò completamente bloccato, ebbe la paura dentro.
Poi lei smise di tossire. Il suono riprese a farsi sentire.
Lei sorrise…
Lui anche, ma l’emozione forte, fece spalancargli le porte della coscienza e degli anni…
-prendi un foglio bianco… - disse lei, era la frase di risposta, sempre uguale, tanto attesa.
-perché bianco, mamma? – era la rituale risposta.
-perché devo poter immaginare…
Le costò molto muovere le mani, mettersi seduta sul letto, guardarlo negli occhi...
-ti serve una matita, mamma?
Come era bello suo figlio. E come era nuova quella frase ogni volta che lo diceva.
Lui gliela porgeva.
Lei la prese.
-da dove viene la pioggia?...
Le ripeté la domanda del gioco.
Sua madre utilizzò la matita sul foglio bianco…
Lui, come da regola, non guardò.
La mamma chiuse il foglio piegandolo in quattro e glielo porse…
Gli occhi del piccolo guardavano quelli della mamma.
Gli occhi della mamma guardavano quelli del piccolo.
Gli occhi del piccolo, gli occhi della mamma.
Gli occhi della mamma, gli occhi del piccolo.
-mamma?... – disse flebilmente il bambino
Lei non aveva quasi più la forza.
-amore mio, vieni…
Il piccolo, divenuto improvvisamente un ometto, si avvicinò e con lo stupore di sua mamma, disse…
-mi hai detto che non sarebbe più arrivato…
Disse risentito.
-e infatti non arriverà…
Il piccolo si passò una mano tra i capelli. Guardò il lampione che dalla finestra si vedeva spento, guardò fortemente la pioggia…
-a differenza di come facciamo sempre, questo lo dovrai leggere solo quando non mi crederai più…
-ma io ti crederò sempre, mamma…
-ti fidi di quello che ti ho detto? – quasi lo interruppe, come se stesse dicendo l’ultima cosa che potesse dire…
Il bimbo, si ripassò la mano tra i capelli biondi…
-si…
E la madre gli porse il foglietto piegato.
Il piccolo lo prese.
Sua mamma lo baciò sulla fronte…
Gli occhi del piccolo guardavano quelli della mamma.
Gli occhi della mamma guardavano quelli del piccolo.
Gli occhi del piccolo, gli occhi della mamma.
Gli occhi della mamma, gli occhi del piccolo.
E il suono della mamma.
E gli occhi della mamma.
E il suono, ora più lento, della mamma.
E il sorriso della mamma.
E il suono, ancora più lento, della mamma
E poi la pioggia…
E il suono della valvola del cuore della mamma che smetteva di fare il suo classico “tic-tic”, il ritmo della sua vita…
Il suono del cuore della mamma, spariva…
Nella pioggia…
Il bimbo pensò: - è arrivato…
L’addio…
E poi, infine, e ancora, la pioggia…
Diego Fanelli (Fine Parte 2)

unpojokerunpobatman.blogspot.com by Diego Fanelli is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo 3.0 Unported License.
Nessun commento:
Posta un commento